A seguito delle due crisi energetiche degli anni Settanta, i paesi più industrializzati iniziano a vedere di buon occhio le energie alternative come, ad esempio, il gas naturale e l’energia nucleare; ma a causa della continua crescita della domanda energetica, le alternative vanno solo ad affiancare, piuttosto che sostituire, la materia prima ancora oggi più utilizzata per la produzione di energia: il combustibile fossile.

Dopo circa venti anni la possibilità dell’esaurimento delle riserve petrolifere più produttive inizia a gettare ombre inquietanti sul futuro del pianeta intero, accompagnata dall’innalzamento dell’inquinamento provocato dalla combustione di idrocarburi, contribuisce a fissare nell’immaginario collettivo un probabile violento balzo all’indietro in un cupo medioevo pre-industriale. L’eventualità della fine della civiltà moderna, così com’è incentrata sullo sfruttamento intensivo delle materie prime, suffragata da importanti ricerche scientifiche e da indagini statistiche, inizia a divenire sempre più allarmante (alcune estensioni del modello di Hubbert portano alla conclusione che la fine dell’era del «petrolio a buon mercato» possa terminare intorno al 2050).

È sulla base di questi risultati scientifici — affetti da un alto tasso d’incertezza, ci sarebbe da aggiungere —, sulla constatazione che il clima mondiale si trovi a cambiare repentinamente da un anno all’altro, innescando sempre più frequenti cataclismi e sbalzi di temperature e sull’aumento consistente dell’inquinamento da anidride carbonica, coll’aggravarsi dell’effetto serra e tutto ciò che ne consegue, che inizia a rafforzarsi nella coscienza collettiva una sensibilità verso le problematiche ambientali: dalla protezione degli ecosistemi, ad un modello di produzione energetica più sostenibile.

Tutto ciò fa parte di un’ideologia molto sfaccettata conosciuta come ecologismo o ambientalismo che, da attivismo con scarso seguito in poco tempo ha iniziato a coinvolgere sempre più personalità scientifiche e soprattutto intellettuali. Ed è così che un po’ in tutte le arti ne troviamo traccia, dalla letteratura al cinema. Non poteva sottrarsi nemmeno il videogioco.

 

Nella fattispecie si sta parlando di A New Beginning, della tedesca Daedalic Entertainment, che dopo un lunghissimo sviluppo iniziato nel 2007 è stato pubblicato in Europa nel 2010. La storia è zeppa di cliché: ci troviamo in un futuro distopico, l’anno è il 2500, avvelenato dal frutto dell’incoscienza dell’uomo che in passato non ha saputo salvaguardare il proprio mondo, nel quale poche centinaia di individui, costretti a vivere in bunker sotterranei, sono minacciati dalle sempre più forti tempeste solari che la magnetosfera non riesce più a bloccare.

Un manipolo composto da uomini e donne viene mandato indietro nel tempo per cercare la causa primaria del disastro ambientale e porvi rimedio, ma una serie di calcoli errati conducono alla decimazione del gruppo, i cui superstiti intraprendono un secondo viaggio portandosi nel 1982, anno in cui un industriale senza scrupoli sta per attivare una serie di centrali nucleari di sua costruzione. Fortuitamente il gruppo sparuto di sopravvissuti scopre delle ricerche di Bent Svensson su di un’alga che sarà alla base della tecnologia del 2500 e decide di coinvolgerlo.

Inutile e dannoso svelare di più. La trama è interessante, ma non si tenti di ricercarvi un barlume di originalità, d’altra parte i Daedalic non hanno questo obbiettivo. Il revival dell’avventura grafica in terra europea, tedesca soprattutto, è tutto indirizzato alla clonazione di idee del passato, a partire dalla grafica, rigorosamente in due dimensioni. Non che in questo ci sia alcunché di negativo, ma è importante chiarirlo. I Daedalic, con all’attivo l’acclamato The Whispered World, si sono fatti alfieri dell’avventura tipicamente anni Novanta che però risente di tutte le problematiche degli anni Duemila, vale a dire: risorse limitate e scarsa inventiva.

 

Detto questo, però, A New Beginning non vive solo di citazioni, tenta di avere una sua personalità proprio a partire dalla caratterizzazione dei suoi protagonisti — due controllabili, il già citato Bent Svensson e Fay, una ragazza proveniente dal 2500 — che qui non soffrono della piattezza psicologica riscontrabile in buona parte dei videogiochi moderni, pur essendo carichi di stereotipi.

Lo scienziato, Bent, è un uomo di mezza età nel pieno di un esaurimento nervoso derivato dall’attaccamento patologico al proprio lavoro: amari e disillusi, quindi, i suoi commenti su ciò che lo circonda e su ciò che gli accade; Fay, proveniente da un futuro distopico, di formazione necessariamente socialista, è un’idealista convinta e tuttavia timorosa e insicura nell’agire a causa di pregressi drammi famigliari. I personaggi secondari sono lo stereotipo impersonificato e lasceremo al giocatore il piacere sottile di analizzarli. Nonostante ciò, in un contesto fortemente stereotipato anch’esso, non recano fastidio, nel ruolo limitato che generalmente rivestono.

Il punto di forza di A New Beginning risiede nel relativamente complesso impianto narrativo imbastito dagli autori, il che, trattandosi di un’avventura grafica, attiene perfettamente al genere; ma soprattutto nell’ardimento col quale il videogioco stesso prende una posizione chiaramente politica dall’inizio alla fine.

Effettivamente ciò non è una novità, tutte le arti tendono a riflettere gli ideali nei quali l’autore crede, ma qui parliamo di videogiochi, un mezzo scarsamente narrativo, fortemente commerciale, prodotto da un’industria che, alla ricerca di un profitto il più alto possibile, non intende tagliar fuori nessun acquirente con ideologiche prese di posizione. Tant’è che pochissimi videogiochi trattano temi fondamentali, politici, morali, esistenziali, nonostante siano l’ispirazione primaria dell’arte in senso lato. A New Beginning, si permette di assumere una posizione: è un videogioco ecologista e dunque politico. Finalmente un videogioco, un balocco elettronico, non ha paura di condannare, di sentenziare e dunque di prendere una posizione politica netta nei confronti del videogiocatore.

Chiaramente, rispetto a prodotti marcatamente politici, si pensi soprattutto a certo cinema, la pervicacia di A New Beginning risulta molto più blanda di quanto avrebbe potuto essere, e la sua «collocazione politica» risulta diluita in un tema, quello ambientalista, che si presta benissimo da un lato a giustificare i propri ideali con la minaccia collettiva dell’inquinamento (e perciò spostandosi dalla politica al sociale all'occorrenza), dall’altro a risvolti melodrammatici che difatti vengono impiegati a sostegno dell’intreccio (e che sottaciamo per ovvi motivi). Non crediamo ci si potesse aspettare qualcosa in più da Daedalic, così scarsamente originale nella creazione dei propri prodotti, eppure quest’elemento sorprende e solletica l’attenzione ed il pathos.

La trama, peraltro, presenta, oltre ai tratti melodrammatici tipici di questo genere di prodotto, alcuni colpi di scena inaspettati e improvvise virate drammatiche che contribuiscono a mantenere sostenuto il ritmo della narrazione.

 

Ovviamente, in quanto avventura grafica, gran parte dell’attività ludica la si trascorre risolvendo enigmi e, in un videogioco di questo tipo, non potrebbero essere più classici: manipolazione di oggetti, utilizzo di macchinari, i classici piccoli furti a fin di bene ecc. Niente di particolarmente complicato, né degno di nota, a volte capita di andare un po’ a casaccio, ma ciò non disturba molto. D’altra parte il gameplay è esile, poche locazioni e pochi oggetti corrispondono giocoforza ad enigmi semplici.

Il resto lo si liquida facilmente. Di concezione antiquata la parte tecnica, con la grafica in due dimensioni a farla da padrona. Molti lettori sicuramente avranno in mente Broken Sword, così come chi scrive, e amaramente si constatata che da allora non c’è un gran salto tecnologico: sì, la risoluzione aumenta, i colori su schermo pure, ma vedere animazioni così scadenti nel 2010, quasi stessimo guardando un cartone animato di Paul Terry, provoca una certa delusione. La memoria torna a quando nel 1995 di fronte a Myst ci si chiedeva quali prodigiosi effetti speciali ci avrebbero atteso da lì a dieci anni e inevitabilmente, oggi, ne sorridiamo. Ma la grafica, in un’avventura grafica (e il bisticcio è voluto), pare non essere un elemento di primo piano e dunque la si dovrà trattare per quella che è: funzionale, ma anche così anti spettacolare che spesso tende ad afflosciare la tensione narrativa.

La scelta di utilizzare il fumetto per le parti non interattive, di fatto, non è il massimo per quanto riguarda il ritmo della narrazione e il doppiaggio inglese ce la mette tutta a scolorire qualsiasi emozione in un’intonazione tendenzialmente monocorde e compassata, come se non fossero i personaggi stessi a rimetterci le penne di fronte ad una situazione pericolosa.

Assente una qualsiasi traccia di regia, e non sarebbe potuto essere diversamente, la caratteristica della staticità è propria delle avventure realizzate con la grafica in due dimensioni. I personaggi, come s'è già detto, sono animati rozzamente, sia nei movimenti che nelle espressioni facciali — sembrerà impossibile, ma non si riuscirà a vedere nessuno dei due personaggi controllabili frontalmente, un po' come se fossero tutti dei piccoli Beavis —, e perfino i modelli anatomici risultano talvolta poco credibili (evidente la curiosa postura iperlordotica di Fay), ma si tratta di pecche con le quali gli amanti del genere convivono da circa vent'anni e che, quindi, non infastidiscono più di tanto.

 

Altra grande assente è la colonna sonora. E dire che i Daedalic ci hanno pure vinto il German Developer Award nel 2010. Questo lascia perplessi sia sul valore dei premi videoludici che sui reali parametri di valutazione adottati, perché se premiare tre o quattro melodie struggenti composte da un paio d’accordi di piano o di chitarra che si ripetono di continuo e che compaiono ad intervalli oltremodo dilatati, oppure una musichetta lounge anni Ottanta, o una specie di jingle da quattro soldi in salsa disco dance alla Giorgio Moroder, sia il riconoscimento per aver composto una colonna sonora di qualità superiore, allora il mondo va alla rovescia o s’accontenta di poco. Ecco, nella deriva citazionista dei Daedalic, sicuramente qualcosa da prendere dagli anni Novanta c’è: ci vuole più musica!

Senza essere (in)generosi, A New Beginning è l’avventura grafica figlia dei suoi tempi, che viene realizzata in Europa perché la mano d’opera costa meno che negli Stati Uniti, che si trova a destreggiare tra tecnologia vetusta e slanci narrativi volenterosi ma tendenzialmente fiacchi, che guarda al passato per non morire nel presente. Tuttavia, A New Beginning, risulta un prodotto dignitoso, realizzato con passione più che con capacità, che crede in ciò che intende raccontare e che, dopotutto, non s’interessa molto della veste con cui si presenta. Alla fine è un buon gioco, considerati i tempi.

Nota

Non ci si faccia ingannare dal furbesco «Final Cut» che compare nelle riedizioni del gioco del 2011, non aggiungono niente all'esperienza strettamente ludica in quanto si tratta di una versione programmata per supportare anche i sistemi Macintosh OS X e che contiene tutti gli aggiornamenti ai numerosi bug che affliggono l'edizione originale. Se acquistata tramite Steam, ci sono anche alcuni Achievement da sbloccare, ma chi vi scrive non ha la più pallida idea di ciò a cui potrebbero servire e se ne disinteressa ben volentieri.

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