Bella e infedele
Il non-così-strano caso della traduzione di Dear Esther

Dear Esther è un'opera indie molto particolare: chi la definisce come un videogioco, chi la definisce come una semplice esperienza interattiva, quello che è certo è che ha fatto e sta facendo discutere molto di sè, anche grazie (o a causa) ad una traduzione in italiano perlomeno particolare.
 
Chi meglio di Marco Macciò poteva quindi dire la sua sul lavoro di localizzazione portato avanti dal gruppo indies4indies? Di seguito potete trovare pertanto il suo pensiero sull'opera di Robert Briscoe, certi che la lettura possa essere sicuramente interessante. E se volete dire la vostra, il nostro forum è a vostra disposizione!
 
***
 
Dear Esther è un videogioco…
 
No, devo necessariamente correggermi.
 
Dear Esther è un’opera multimediale molto particolare, un viaggio onirico su un’isola abbandonata dove non ci sono nemici da affrontare, se non uno: quello linguistico. Opera del tutto sbocciata e cresciuta in ambito amatoriale, Dear Esther non è stata infatti inizialmente localizzata in più lingue, senza però escludere la possibilità di un intervento in tempi successivi. I testi sono infatti facilmente accessibili, agevolando la vita alla traduzione amatoriale che, soprattutto data la particolare natura del titolo e la non facile comprensione per chi non conoscesse a sufficienza la lingua d’Albione, non ha tardato a mostrarsi sul mondo di internet. Un mondo, questo, molto particolare: aperto da una parte, tanto esigente dall’altra.
 
E’ per questo motivo che non mi ha stupito assistere su forum e siti a discussioni circa la natura di questa traduzione, stavolta supportate anche da una volontà piuttosto forte del traduttore il quale non ha voluto attenersi a una mera traduzione (ben lungi dal voler denigrare le “mere traduzioni”, ad ogni modo), ma ha preferito farne una “bella infedele”; la terminologia e le regole grammatiche sono volutamente arcaiche, spesso persino troppo astruse per il grande pubblico, ma apprezzabile per lo sforzo profuso e per l’atmosfera che contribuisce a creare insieme al resto dei mezzi usati da Dear Esther. Se è vero dunque che è sufficiente una traduzione più tradizionale a scatenare gli internauti, a maggior ragione c’era da attenderselo ora.
 
 
Tralasciando la confusione tipica del web, il fulcro della discussione verte infine su un punto unico: è una buona traduzione? Ammesso che si possa davvero rispondere a una domanda simile (cosa di cui in tutta coscienza dubito, almeno in termini assoluti), io non mi sentirei di concludere questo pensiero con una negazione. Non giungo a questa soluzione a causa del fatto che la particolarità della traduzione è stata condivisa con gli autori del gioco, i quali hanno acconsentito senza comunque poter saggiare a fondo l’esito finale, quanto perché pur non essendo del tutto fedele all’originale, raggiunge lo scopo di immergere lo spettatore, travolgendolo nell’opera e dunque trasmettendo il vero significato di essa, che non è fatto di sole parole. Quale, ciascuno deve scoprirlo provandola di proprio pugno.
 
Preciso un aspetto: ho preferito non cavalcare le polemiche scatenatesi alcune settimane fa e redigere solo ora questi pensieri sparsi perché volevo prima saggiare direttamente originale e “infedele”. Di norma è semplice stabilire se una traduzione è ben fatta, soprattutto in ambito videoludico, ma questo caso meritava di essere affrontato differentemente. A posteriori non posso dunque fare a meno di congratularmi con l’autore dei testi italiani per la sua prova e soprattutto per il suo coraggio, sicuramente necessario quando si decide di affrontare una strada come questa.
 
Post-scriptum. Un giusto riconoscimento: la traduzione è opera dello staff di Indies4Indies nella persona di Paolo R. Giaiero.
 

MarcoCav scrive:26/03/2012 - 09:56

Quello legato alla localizzazione di Dear Esther è un tema che si presta molto alle interpretazioni personali, quindi quanto sopra è solo un estratto di quella alla quale io sono giunto.
Ne ho lette di differenti in questi giorni, talvolta molto interessanti. In realtà, come accenno sopra, è un tema che viene trattato più o meno dal XVII secolo.

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