Dana è una bambina di dieci anni che sta aspettando la bambina che Dio le manderà. Gliel'ha detto sua madre, quindi deve succedere per forza. E un bel giorno, pare proprio che questo succeda: Dana incontra Kimmy, una bambina più piccola che girovaga per il vicinato.

Purtroppo per lei, quella è già la bambina di qualcun altro; ma siccome la mamma di Kimmy è sempre occupata, Dana può farle da baby sitter!

Kimmy è una visual/kinetic novel scritta da Nina Freeman, già autrice di Cibele, e racconta appunto dell'esperienza di Dana come babysitter di Kimmy nei “lontani” fine anni '60. Tranquilli: non si tratta di un giochino sulla falsariga di Giulia Passione Baby-Sitter o altri obbrobri simili. Kimmy è una bambina solitaria e senza amici e Dana si assume quindi il compito di far uscire Kimmy dal suo “guscio”, facendola giocare con gli altri bambini.

La visual novel è divisa in giornate. Ogni giorno, Dana va a prendere Kimmy a casa sua e poi la porta in giro per il vicinato, a parlare con questo o quel bambino, a insegnarle nuovi giochi o a comprare qualche giocattolo. A fine giornata, la madre di Kimmy le regala qualche centesimo per il disturbo, e Dana torna a casa sua.

Kimmy è quasi una kinetic novel, nel senso che non ci sono finali diversi né è possibile influenzare la storia in qualche modo. Noi potremo scegliere con quali bambini passare il tempo, approfondendo la loro conoscenza, e quali giochi fare di volta in volta. Ogni giocattolo è associato a un gioco (il salto della corda, la campana ecc ecc) e Dana (cioè noi) dovrà spiegarne ogni volta le regole. Non ho capito l'utilità di questa meccanica. Ogni volta che spiegheremo un gioco a un nuovo bambino, dovremo “indovinare” i vari step dei giochi. Se sbagliamo la sequenza, dobbiamo ripeterla finché non l'azzecchiamo. Non si tratta di una cosa molto difficile; io ci ho messo un po' perché non conoscevo quasi nessuno dei giochi in questione e sono andata a caso. Il punto è che è indifferente quale gioco faremo con quale bambino, o se faremo sempre lo stesso gioco. Ogni bambino “impara” i giochi che gli insegneremo, e Dana tiene conto, nel diario, di tutti i giochi che ogni bambino ha imparato. Questo suggerisce una qualche statistica (che ne so, se insegni a un bambino tutti i giochi, hai un finale un po' diverso, o sblocchi una scena bonus con lui), ma non è così, in realtà. Sarebbe stato più utile se questa meccanica fosse stata eliminata del tutto, oppure se avessimo avuto la possibilità di giocare effettivamente questi giochi con i vari bambini. Al massimo, una scenetta di pochi secondi con i bambini che giocano, da soli, sarebbe stata sufficiente.

Il fulcro di Kimmy sono la storia e i rapporti che Kimmy e Dana intrecciano con i bambini. Questi ultimi, in verità, non sono poi così fondamentali: non importa con quali bambini faremo amicizia e quali trascureremo, la storia andrà avanti allo stesso modo. E la storia riguarda il “segreto” che nasconde la famiglia di Kimmy, che ovviamente non voglio svelarvi. Kimmy è una bambina strana, che gira sempre in camicina da notte e che la madre tiene legata con una corda al portico di casa quando va a lavorare.

Sì, avete capito bene. Anche Dana trova la cosa strana, ma la madre la rassicura: è una cosa che faceva anche sua nonna, è un po' “old-fashioned” ma utile per quei genitori che non possono badare ai figli per un certo tempo e vogliono assicurarsi che non vadano in giro.

Questa cosa della corda non è l'unica stranezza che riguarda Kimmy. Pare infatti che il padre di Kimmy non lavori e stia in casa, ma per qualche motivo non voglia mai essere disturbato. È subito evidente che il padre beve molto e che tutti tendono a stare lontani dalla famiglia di Kimmy perché “ha dei problemi”. Dana però rifiuta questa idea: secondo lei Kimmy è felice e ogni famiglia ha le sue particolarità, tutto qui.

Qui è dove la storia perde il suo focus. Non si capisce bene, arrivati al finale, quale sia il punto di tutto quanto. L'inevitabilità di certe cose? La complessità dei rapporti umani, ancor di più nell'infanzia, quando si cambia velocemente e interessi e abitudini portano ad avvicinarsi ed allontanarsi? L'importanza dell'amicizia dei momenti di difficoltà? Sono un po' suggerite tutte queste cose, ma si resta un po' sospesi, come se il finale fosse un po' buttato lì. Si intuisce che Dana ha imparato qualcosa, ma non si capisce bene che cosa.

È un peccato, perché il resto si stava costruendo bene. I personaggi sono interessanti, i bambini hanno ognuno le sue difficoltà e la sua visione della vita, che cambia nel corso del mese che Dana e Kimmy passeranno insieme. Si toccano temi come la fiducia nei genitori, che può venire a mancare per una piccola “white lie” così come può resistere anche in faccia a bugie belle e buone; la gelosia verso i nuovi amici; l'insicurezza; i sogni su “cosa faremo da grandi” (e anche il cominciare a sentirsi già “grandi”). Ma manca qualcosa che faccia da collante e unifichi il tutto proprio nel finale, che quindi perde molta della sua efficacia.

Grafica e sonoro sono entrambi pensati per dare un'idea di innocenza e di infanzia. Dallo stile dei disegni alla palette dei colori, tutto è molto “bambinesco” nel senso positivo del termine. Le musiche sono semplici, sembrano suggerire l'idea di un bambino che si approcci a uno strumento e suoni in maniera un po' incerta (benché ovviamente le track siano suonate da professionisti). Le animazioni sono molto povere, ma credo sia una cosa voluta e non l'ho trovata fastidiosa.

Fastidiosi sono invece i menu, perché spesso fra il momento in cui appare un bottone e quello in cui tale bottone è cliccabile, passano quei 2-3 secondi che danno il senso di gioco che lagga. Non va bene, è una cosa che trovo in molte visual novel create con Unity ed è scocciante.

Per fortuna c'è invece il modo di leggere i testi già visti, anche se non è possibile tornare indietro per cambiare delle scelte (cosa che sarebbe stata utile durante la spiegazione dei giochi, così da non doverla rifare da zero ogni volta).

Kimmy è una visual novel interessante e piacevole, che però non raggiunge le sue piene potenzialità per via di una struttura della storia un po' carente. La consiglierei lo stesso a chi è nostalgico dei tempi andati o a chi piace il genere (un po' slice of life, un po' dramma, ma non troppo drammatico). Il finale debole risalta proprio perché il resto della storia meritava di meglio, quindi ben fatto.