don't take it personally babe, it just ain't your story

Abbiamo conosciuto Christine Love con Digital: A Love Story, una storia d'amore inusuale nell'era delle prime connessioni internet. Dopo quella piccola ma ottima Visual Novel, l'autrice ci ha regalato don't take it personally babe, it just ain't your story: c'è ancora l'amore, c'è ancora internet... e c'è anche del dramma adolescienziale.

Siamo nel 2027 e noi impersoniamo John Rook, due volte divorziato e al suo primo giorno come insegnante di liceo, carriera scelta d'impulso a causa di una crisi di mezz'età. I suoi alunni sono costantemente connessi a internet tramite AmieConnect, una specie di Facebook, e Rook viene informato dal preside che è tenuto a sorvegliare i messaggi, anche privati, che i ragazzi si scambiano, in modo da prevenire episodi di bullismo o violenza. Il tutto, senza che i ragazzi scoprano che lui li spia, altrimenti potrebbero essere guai per la scuola.
Queste premesse mettono subito il giocatore davanti al primo inghippo morale della visual novel: il voyeurismo e la mancanza di privacy dei ragazzi. Rook userà i loro scambi e i loro profili per avere degli indizi sulla loro vita privata e poterli aiutare al meglio quando, inevitabilmente, uno di loro andrà da lui a chiedere aiuto per... qualcosa. “Qualcosa” che può andare da una nuova cotta al permesso di comprare degli alcolici illegalmente.
E sì, con sommo scorno di Rook, passeremo gran parte del tempo a occuparci dei drammi dei ragazzi piuttosto che del loro profilo scolastico e delle lezioni – a cui nessuno tranne Rook stesso sembra essere particolarmente interessato.

Una delle prime particolarità della narrazione di DTIPBIJAYS è la presenza di AmieConnect. Parte della storia è narrata in maniera “classica”, ovvero in prima persona da parte di Rook, che si trova coinvolto nei vari eventi e attraverso i cui occhi vediamo tutto. Ma verremo a conoscenza di grandissima parte delle storie personali degli studenti solo tramite i messaggi che noi “spieremo” e i loro aggiornamenti di status. Il che rende la narrazione molto “vivace”, e dà anche vita a scenette assolutamente realistiche, come quando vedremo una delle ragazze scrivere ad un altra di aprire la finestra della sua stanza, e il messaggio successivo saranno dei cuoricini: si intuisce subito cosa è successo, anche se non l'abbiamo “visto”. E' un po' fastidioso, invece, che la narrazione “principale”, quella di Rook, sia costantemente interrotta dal “bip” che ci avvisa dei nuovi messaggi: i ragazzi chatteranno fra loro sempre, ovunque, anche a lezione; se noi sceglieremo di leggere i messaggi di volta in volta, la narrazione principale risulterà spesso frammentata dalle continue interruzioni.

Passiamo ai personaggi. Rook, professore improvvisato, è un tipo introverso, che ha serie difficoltà a comprendere i suoi alunni e a relazionarsi con loro. Ogni volta che si trova davanti uno dei loro problemi, o ogni volta che i ragazzi parlano senza pudore di argomenti intimi davanti a lui, Rook “cade dal pero”, e nei suoi pensieri leggiamo tutta la confusione che prova. Non è mai capace di capire a fondo nessuna delle situazioni che si trova davanti, e se questo è comprensibile e crea un personaggio con cui è facile per alcuni identificarsi (magari non molti uomini di mezz'età son capaci di aiutare una ragazzina lesbica di 16 anni a fare pace con l'ex fidanzata), viene da chiedersi perché, esattamente, lui abbia deciso di mettersi a fare l'insegnante. La sua voce è quella meno riuscita; anche leggendo altre recensioni di questa visual novel, ho notato che molti uomini eterosessuali hanno trovato poco convincente il modo in cui Rook pensa a se stesso e alla propria sessualità.
Gli alunni, invece, sono uno meglio riuscito dell'altro. Estremamente realistici nei loro dialoghi e nei loro messaggi, hanno tutti una personalità diversa e immediatamente riconoscibile, senza per questo cadere nel totale stereotipo. Due personaggi in particolare, Akira e Kendall, fanno grande uso del linguaggio preso da 4chan – risultando incomprensibili per gli altri personaggi e forse anche per il lettore medio.

Ogni giorno di gioco, Rook dovrà anche controllare un particolare canale internet, il 12channel, i cui gli alunni chiacchierano anonimamente di argomenti vari. All'apparenza, sembra che questo stacchetto sia inutile e totalmente avulso dalla storia. In realtà, oltre ad aggiungere un po' di background ai personaggi, il 12channel è usato a mo' di “coro greco”: gli argomenti di cui i personaggi discutono e quello che dicono riflettono gli avvenimenti della storia stessa, mostrandoli magari sotto un'altra luce. Gli alunni quindi commentano se stessi parlando d'altro, e un lettore molto attento può cogliere anche qualche indizio su cosa accadrà in seguito, nella storia.

Il gameplay di DTIPBIJAYS è più semplice rispetto a quello di Digital. Non ci sono enigmi, non potremo vagare da una stanza all'altra a piacimento: c'è meno libertà d'azione. Qui, il lettore si troverà davanti a delle scelte da compiere, di solito riguardanti il problema di uno degli alunni. A seconda delle risposte di Rook, i ragazzi guarderanno a noi in modo diverso e potremo anche cambiare qualche piccolo evento, anche se il filo narrativo principale resterà sempre uguale. E qui arriviamo a uno dei problemi principali di questo DTIPBIJAYS: una delle scelte fondamentali, cioè quella di leggere o meno i messaggi dei ragazzi, non è possibile compierla. Rook *deve* guardare questi messaggi, e se non lo farà, il gioco, semplicemente, non andrà avanti, e lui continuerà a ripetervi: “dovrei proprio leggere quei messaggi, l'indicatore continua ad accendersi!”. E' un peccato, perché in questo modo si è costretti invece che invogliati in maniera elegante a compiere una scelta che, in definitiva, è morale. E' particolarmente brutto quando è evidente che il gioco vuole che voi leggiate i messaggi perché altrimenti crea un buco di trama. La storia prevede che Rook li legga (tutto il finale si basa su questo), quindi alcuni dei suoi pensieri daranno per scontato che voi abbiate letto tutto. Vi troverete di conseguenza di fronte a situazioni simili: Rook solo nella sua stanza che pensa ai compiti e improvvisamente si ferma perché voi *dovete* leggere quell'unico e solitario messaggio che stavate lasciando per dopo. Si spezza l'illusione di star vivendo i panni di Rook e si torna dietro lo schermo di un pc. Sigh.

E già che l'ho nominato: il finale è un altro dei problemi del gioco. Tanto per cominciare, il finale presenta una lezioncina più o meno lunga data a voi da un altro personaggio. Molto poco elegante, e anche poco credibile dato il contesto – che richiederebbe enorme spoiler per essere spiegato. In secondo luogo, crea un buco di trama all'inizio della visual novel. E' un peccato, specialmente perché il finale rivela anche un paio di concetti molto interessanti, che avrebbero meritato un trattamento meno “superficiale”. Ora come ora, arrivando al finale, non solo si è basiti (in senso positivo) da alcune rivelazioni che ci verranno fatte, ma si resta con svariati punti interrogativi sulla credibilità di tutta la faccenda, cosa che crea solo confusione.
Per fortuna, questo è solo uno dei punti centrali della VN: gli altri sono solidissimi.

Il comparto grafico è medio-buono. Christine Love ha usato sprites e sfondi recuperabili gratuitamente su internet, e un po' si nota: lo stile è uniforme, ed è pure grazioso e pulito, ma anche un filo anonimo. Specialmente quando magari si son giocate altre VN che usano gli stessi stock di immagini e c'è uno spiacevole senso di “riciclo” (“quello non è il personaggio di quell'altra VN?”). Però, tutto sommato, la cosa non è grave: gli sprites scelti sono perfetti per i personaggi, ognuno ha varie espressioni, sono belli da vedere... insomma, il risultato è bello, e questo unito all'interfaccia leggera e professionale dà subito una bella impressione.
Gli effetti sonori sono quasi assenti, ma non se ne sente granché la mancanza; quei pochi che ci sono svolgono a dovere la loro funzione. La musica è abbastanza varia e piacevole da accompagnare ogni momento della visual novel. Le varie tracce sono state evidentemente scelte con cura, e anche se non sono tantissime, il risultato non è ripetitivo.

Don't take it personally babe è una Visual Novel molto diversa da Digital, quindi non è automatico che a chi sia piaciuta la prima, piaccia questa seconda. Per certi versi è migliore (storia più ampia, personaggi più vari), per altri è meno compatta, più informe: in DTIPBIJAYS i difetti risaltano di più, specialmente perché uno di questi – Rook – è costantemente sotto i nostri occhi. Ma nonostante questo, resta un'ottima visual novel, grazie ai personaggi che presenta, alle situazioni in cui piazza il giocatore e agli interrogativi che solleva.

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