Californium

Lo scrittore Elvin Green sta passando un brutto periodo. Da quando sua figlia Alice è morta in un incidente, non riesce più a scrivere. Sua moglie lo ha appena lasciato e la sua unica compagnia rimangono le droghe. Adesso, una voce esce dalla televisione e parla, direttamente a lui, e gli oggetti che lo circondano... glitchano. Sarà la droga, o Elvin è diventato capace di percepire e modificare altre realtà?

Californium è un gioco in prima persona fortemente ispirato a Philip K. Dick e ai suoi lavori. Quando dico “fortemente ispirato” intendo dire che molto, se non quasi tutto, nel gioco, è un richiamo più o meno esplicito alle opere o alla vita di Dick (ora, se non sapete chi sia Philip Dick, per favore informatevi mentre io abbandono questo mondo evidentemente perduto e mi ritiro su un monte in eremitaggio...).

Questo è il punto forte dell'esperienza di gioco: l'atmosfera, l'ambientazione, i dialoghi, persino i colori, tutto è molto “dickiano”. I realizzatori, da questo punto di vista, sono stati bravissimi. I fan noteranno dettagli, piccoli e grandi, ricorderanno le opere da cui provengono o i temi fondamentali dei lavori di Dick... insomma, obiettivo centrato in pieno al 100%! Anche la colonna sonora e la grafica fanno la loro parte. I personaggi e gli edifici sono dei “cartonati” dipinti e i pochi abitanti del quartiere hanno poche linee di dialogo, spesso ripetute, che credo volessero rendere un senso di alienazione e confusione del protagonista.

Ma non si vive di solo fanservice, e finito quello arrivano i dolori.

Partiamo dal gameplay: in ogni area del quartiere dove abitiamo (in ogni edificio e poi per strada) dovremo trovare un certo numero di simboli nascosti... ovunque. Sulle pareti, dietro qualche oggetto, *sotto* qualche oggetto... Alcuni simboli appaiono solo se ci muoviamo, altri solo se sostiamo in un determinato punto, altri sono indicati da dei glitch della realtà circostante. Una volta trovato un simbolo, lo cliccheremo e si aprirà un “buco” nella nostra realtà, attraverso il quale ne vedremo un'altra, parallela. Trovati tutti i simboli (le televisioni sparse in giro ci diranno quanti ne mancano di volta in volta), faremo comparire un simbolo gigantesco che, premuto, porterà Green nella realtà successiva.
Rinse and repeat fino alla fine del gioco.

Se state pensando che tutto ciò è noioso... è perché lo è ^^, specialmente dopo le prime due-tre volte. Le realtà non sono poi tante, ma spesso i simboli sono nascosti davvero bene e non c'è una variante a questo tipo di gameplay. Presto ci si stufa, nonostante la curiosità di sapere che cosa c'è nella realtà successiva.

E questo ci porta alla storia, dolore maggiore di Californium. Inizialmente, sembra che Green dovrà, nel suo procedere di realtà in realtà, venire a patti con l'incidente occorso alla figlia e con l'abbandono della moglie. Le diverse realtà sono sempre più distopiche e ci daranno un ruolo progressivamente più potente da ricoprire, ma Green non sarà contento di nessuna di queste.

Il finale, però, rimette tutte le carte in tavole senza far capire nulla. Ok, vagamente si intuisce a che cosa stiamo assistendo, ma è tutto molto confuso e, se ho davvero ben capito il finale, l'intero gioco è svuotato di gran parte del suo significato.

Chiariamoci, “simbolicamente” tutto ciò è perfetto: immaginiamo questo Elvin Green che gira per tutti gli edifici a cercare simboli che solo lui può vedere per cambiare la realtà e cianciando di voci che gli parlano dalla televisione, non sapendo se si trova davvero davanti a una rottura della realtà o se sono solo le droghe che gli fanno vedere cose. È una situazione molto Dickiana, se non fosse che nei suoi racconti di solito c'è un qualche motivo per questa confusione, o la confusione porta a qualcosa o ancora la confusione è la realizzazione finale del personaggio (che capisce che non può fidarsi della realtà come l'ha sempre percepita). Insomma, c'è una benedetta fine. Non si resta così a guardare i pixel sullo schermo pensando “ma cosa succede, ma che significa, ma cosa?”.

Californium mi suggerisce che, forse, devo smettere di aspettarmi molto dai videogiochi “ispirati” agli autori: come il gioco ispirato a Murakami prima e quello ispirato a Kafka dopo, anche Californium non convince. I fan sfegatati di Dick potrebbero apprezzare comunque l'atmosfera e le citazioni, e persino le prime fasi del gioco, ma non posso consigliare il gioco in sé e per sé.

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