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> Un gioco finito è un gioco rotto
Sambu
messaggio11 May 2016, 22:43
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Stasera tornando a casa stavo ascoltando un vecchio podcast che parlava del tasso di abbandono dei videogiochi, ponendosi il problema come mai e che cosa si dovrebbe fare per ovviare a tal cosa...

vero i giochi vengono abbandonati perchè noiosi, perchè la difficoltà è mal calibrata...
ma il mio pensiero è stato, ma se io avessi in casa un gioco a cui non ho mi va di giocarlo o non mi diverte più giocarlo vuol dire che è un gioco rotto.

Allora un gioco una volta completato, che non da più stimoli, è un gioco rotto. E' solo un cimelio, è solo una cianfrusaglia, è solo un souvenir, è solo un rifiuto.
Quindi in fondo tornando al tema del podcast non ritengo che un gioco non completato sia da considerare un gioco abbandonato per forza, anzi sono i giochi che risultano completati e dimenticati su un ripiano (o persino rivenduto, come capita spesso soprattutto per i giochi console) sono i veri giochi abbandonati

Quanti giochi avete anche voi che sicuramente non giocherete più, che non vedrete più, che non girera più sul vostro computer solo perchè lo avete completato?

ps. ecco forse perchè incosciamente non finisco mai un videogames




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Gwenelan
messaggio11 May 2016, 23:29
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Secondo me dipende, nel senso:
Un gioco "rotto" è un gioco che non completi perché ha qualcosa che non va. E' palloso, è troppo difficile, è troppo facile... è fatto male. Oppure è un gioco che completi ma non rigiocherai sempre perché ha qualcosa che non va (può anche essere un qualcosa soggettivo). Per esempio, io ho giocato Venetica, non un granché di gioco, e non lo giocherò probably mai più perché aveva lunghi pezzi pallosi. Da questo punto di vista, è "rotto". Lo completai perché bene o male mi ero affezionata ai pg, ma ora che l'ho finito, non ho motivo di riprenderlo in mano. E' "rotto" per me. Se mi trovassi in una stanza solo con questo gioco, probably farei altro.

Ma d'altra parte non penso che rigiocherò Fallout 1, non perché l'ho già completato, ma perché ho tanti altri giochi che vorrei provare e il tempo è quello che è. Se mi trovassi in una stanza solo con Fallout 1 come gioco, probably lo rigiocherei, non ha perso ogni stimolo, anche se l'ho già finito. In questo caso, il gioco non è "rotto". E, anzi, in alcuni casi proprio aver completato il gioco gli ridà "vita", nel senso che l'esperienza di averlo completato mi può spingere a rigiocarlo.

Quindi, direi che il gioco è "rotto" quando, almeno per il giocatore, ha qualcosa che non va, a prescindere che venga o meno completato.

EDIT: Vista adesso la foto, ma che crudeltà ç_ç!!!


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Belboz
messaggio12 May 2016, 02:09
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Per rispondere parto “alla rovescia” chiedendomi: quanti giochi desidero / sono disposto a rigiocare una volta terminati?
La risposta è: pochissimi!
Perché?
Primo, come dice Gwenelan, in genere ho altro da giocare. Mi manca il tempo.
Secondo, faccio un analisi dei generi:
- I titoli bellici sono spesso molto simili fra di loro: a livello di armamentario a disposizione del giocatore (pistola, granata, lanciarazzi,…) e di trama (scienziaten pazzo krea ziero per potenziare umani oppure c’è un’invasione aliena / demoniaca). Sono adrenalinici, ottimi per sfogare la voglia di clic frenetico, ma una volta terminati non hanno più nulla da dire.
- Avventure grafiche: una volta risolti gli enigmi la sfida è azzerata. Una seconda partita ha senso solo se la trama si è rivelata di particolare spessore; nondimeno, in genere, la ricordo molto bene e certi enigmi a “lunga manipolazione” mi fanno desistere dall’impegnarmici nuovamente.
- RPG: dedico molto tempo alla creazione del PG e faccio parecchi restart per trovare le “abilità migliori”. Quando trovo la quadratura del cerchio vado fino in fondo ed esploro TUTTO. Una nuova partita, in genere, non ha altro da offrirmi, a meno di cambiare completamente classe per approcciarsi in maniera diversa al combattimento.
Ci sono altri generi, ovviamente, ma mi sono limitato ai preferiti.

Faccio un paio di esempi per chiarire meglio:
Morrowind: uno dei migliori RPG in assoluto, ma gli ho dedicato oltre 1000 ore. Una volta trovato il mio PG “perfetto” ho esplorato tutto, esaurito tutte le missioni, sono entrato in tutte le caverne (usavo l’incantesimo lock per mettere una serratura alle porte dei dungeon in modo da ricordarmi dove ero già stato).
Riven: una delle avventure più belle, ma anche molto impegnativa. Le ho dedicato i 10 gg. delle vacanze natalizie del ’99 facendo una vera e propria “full immersion”. Ho ancora i fogli di carta su cui ho “scarabocchiato” le soluzioni degli enigmi, tuttavia lo ricordo come l’avessi giocato ieri.
Max Payne: tps fantastico; un’esperienza bellissima e una narrazione alternativa che ha fatto scuola, ma solo Murphy sa quante volte ho ricaricato per superare certi passaggi. Mai più, grazie! biggrin2a.gif

Quindi direi che hai ragione, Sambu: i videogiochi che ho citato sono diventati “suppellettili” sulla mensola, al pari di souvenir presi ad una bancarella per ricordarmi del viaggio. Però non li considero né cianfrusaglie, né tanto meno rifiuti.
Mi chiedo, difatti: il fatto di non aver più giocato, per es., a the Longest Journey (ma prima o poi lo rifarò, giuro!) diminuisce in qualche modo il divertimento che ha saputo regalarmi? Il fatto di non volermi più cimentare con Legend of Grimrock, per evitare di ripetere certe sequenze a tempo decisamente toste (che ho superato con non poca soddisfazione), costituisce una pecca?
Io credo di no. La “colpa” dei titoli citati è proprio la qualità straordinaria che mi ha portato ha sviscerarli completamente.
Se poi vado a vedere i titoli che rigioco trovo, tristemente, gli hack / slash (Diablo, Titan Quest,…) che sfruttano il meccanismo del loot e del level up per attirare il giocatore nella loro “trappola”; gli RTS (campagna principale e mappe corollarie) e il Solitario di Windows! biggrin2a.gif
Difficilmente, tra questi, annovero dei capolavori; anzi mi spingo oltre e dico che è proprio la loro “mediocrità” a renderli rigiocabili.

Ci sono poi (e chiudo) le eccezioni. In genere si tratta dei capolavori assoluti.
- Planescape: Torment: rigiocato tre volte, come guerriero, mago e ladro.
- Gothic I: ha un’atmosfera incredibile e il pregio di offrire al giocatore una delle mappe più belle mai progettate per un VG; inoltre introduce la radiant AI con 5 anni di anticipo su Oblivion.
- Vampire: Bloodlines: praticamente, come qualità, è a livello di Torment. In più consente partite sostanzialmente diverse a seconda della classe scelta.
- Gabriel Knight 2: due volte, perché c’è la Trama!
- Dark Messiah of Might & Magic: 3 volte per via dell’ottimo level design, della grafica realizzata col Source (come Bloodlines) e del combattimento “fisico” ampiamente soddisfacente.
- KOTOR: tre volte, figliolo! biggrin2a.gif Lato chiaro, lato scuro e PG femminile.


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Gwenelan
messaggio12 May 2016, 06:10
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Belboz, ammazza memoria che hai XD!


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Micartu
messaggio12 May 2016, 06:19
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Gli unico giochi che ho rigiocato più volte sono i grandi classici sierra e lucas, i simon the sorcerer, i kyrandia.
diablo 1 e icewind dale, football manager, wing commander 1, resident evil 1 e 2. il tutto su pc. su super nintendo ho rigiocato più volte tutte le cartucce che ho.

il problema dei giochi moderni è che la loro complessità di trama e storia rispetto ai giochi del passato e le loro meccaniche li rende irrigiocabili. anche star wars kotor bellissimo rpg difficilmente verrà rigiocato, mentre jedi academy con meccaniche più semlici, arcade e a missioni intercambiabili garantisce una maggiore rigiocabilità, pur essendo un gioco qualitativamente inferiore a kotor.
cmq steam è una zappa sui piedi, per cia di steam spendo e spando e non posso rientrare dalle spese rivendendo i gioxhi una volta completati. accidenti.


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Sambu
messaggio12 May 2016, 10:14
Messaggio #6



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Con gioco rotto naturalmente intendo che a certo punto della sua vita il gioco ha smesso di funzionare, cioè di fare la sua funzione di intrattenimento verso l'utente che lo usa. Un fattore indipendente dal fatto di quante ore e che qualità di divertimento vi abbia potuto fornire fino a quel momento.
Poi molti degli esempi che avete fatto semplicemente sottointendono che non avendo il tempo si preferisce andare a scoprire nuove esperienze; ma in fondo molti titoli (soprattutto quelli più datati) non sono di fatto rotti siamo noi che per scelta andiamo su altro, ma sappiamo che dove li abbiamo appoggiati e che sono lì disponibili e fruibili.

Invece come Micartu ho l'impressione che molti giochi moderni sono stati strutturati intrinsecamente e volutamente irrigiocabili. Per me un gioco non è mai stato una cosa usa e getta, invece ho l'impressione che l'industria videoludica si è indirizzata invece in tal senso.
Poi è un "problema" che non lo subiamo perché abbiamo lo scaffale (reale o virtuale) pieno di tanta roba da ancora giocare che sta cosa sostanzialmente alla fine non ci tocca.


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alaris_
messaggio12 May 2016, 11:51
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"RPG: dedico molto tempo alla creazione del PG e faccio parecchi restart per trovare le “abilità migliori”. Quando trovo la quadratura del cerchio vado fino in fondo ed esploro TUTTO. Una nuova partita, in genere, non ha altro da offrirmi,
a meno di cambiare completamente classe per approcciarsi in maniera diversa al combattimento."
Giocando per il novanta per cento a Rpg mi ritrovo perfettamente con il modo di giocare di Belboz. Quindi non li considero "rotti" ma (personalmente cerco nuove esperienze che possano darmi le stesse emozioni e lo stesso divertimento dei titoli
che ho sviscerato ed esplorato in ogni piccolo particolare ma purtroppo il tempo è tiranno) sono sempre, vedi Morro,BG,Gothic, ecc., presenti sul mio hd e se scatolati nella mia libreria e so che quando avrò voglia di rituffarmi nei loro mondi
sono sempre lì pronti per essere avviati.
p.s. per la precisione l'unico gioco che ho giocato e poi rigiocato e ancora rigiocato è Morro.


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The Ancient One
messaggio12 May 2016, 12:07
Messaggio #8



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Bellissimo post, Sambu!


Provo a buttare sul piatto un punto di vista diverso (di cui non sono ancora del tutto sicuro).

Forse non si torna su un titolo quando (al di là del suo effettivo valore di gioco) il suo gameplay e il suo fascino sono incentrati sulla "fruizione del gameplay" più che "sull'esperienza del gameplay".

I giochi openworld / free roaming moderni (di cui Morrowind è un ottimo esempio) sono giochi per "completisti".
Si ottimizza e si affronta tutto. Sono immensi, ma al contempo sono progettati per essere finiti al 100%.
Ci vorranno mille ore, ma so che a un certo punto avrò visto tutto.

I giochi del passato (complici anche le limitazioni imposti dall'hardware) erano giochi con un'importante componente di "narrazione emergente".
Conta quello che fai, ma conta anche ciò che tu aggiungi al gioco con la tua fantasia.
Oppure erano giochi più limitati, ma più dettagliati (anni '90).
L'esempio è Ultima Underworld: ci saranno 1 millesimo delle grotte che ci sono in Morrowind, ma quel millesimo è simulato meglio. Quindi, al di là della trama, c'è un fattore "atmosfera" importante, che ti ci fa tornare. Perché il succo della tua esperienza non è l'aver fatto tutto, ma l'aver attraversato quei cunicoli (poveri di cose da fare, per gli standard di oggi).

Dico questo perché, nella mia esperienza, ho trovato un titolo che più di altri unisce questi due aspetti: Red Dead Redemption.
È indiscutibilmente un gioco per completisti, e in quasi un anno di gioco l'ho completato tutto.
Però è anche un gioco di superlativa atmosfera.
Ecco! A distanza di diversi anni non rigiocherei mai Red Dead Redemption per il suo gameplay: è bellissimo, ma ormai l'ho posseduto.
Rigiocherei (e l'ho fatto) invece Red Dead Redemption per tornare a correre con il mio cavallo nel deserto.

Ecco, quando penso a certi singoli momenti di certi giochi, si riaccende dentro di me qualcosa. Una poesia, a cui vorrei sempre tornare. E che mai è legata al gameplay e sempre all'immersività del gioco.
Nuotare in una grotta di UU. Visitare la diga di Zork 1 o volare nella mongolfiera di Zork 2. Viaggiare con Zak McKraken... La lista sarebbe infinita.



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Mi accorgo solo ora che diversi anni fa vi avevo proposto un articolo da me tradotto che si occupa proprio di questo.
Vi invito a rileggerlo: http://www.oldgamesitalia.net/content/gioi...ica-del-giocare
Secondo me è di grande interesse.


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alaris_
messaggio12 May 2016, 14:54
Messaggio #9



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"Ma alla fine la vera essenza dei videogiochi è il padroneggiarli, lo sviluppare nuove abilità o l'acquisire nuove conoscenze"

"Invece, quando riempio un gioco con il mio immaginario e mi rendo parte del mondo che mi offre (qualunque esso sia), e nel farlo permetto a me stesso di venirne trasformato (emotivamente, corporalmente e spiritualmente), io godo del gioco
in un modo completamente diverso, non viziato dalla repressione o dalla nevrosi.
E questo modo poetico di immaginare cambia il gioco stesso: non posso più limitarmi a spengere il gioco dopo qualche ora e decretare che per quel giorno è ora di smettere.
A quel punto il gioco è dentro di me."

Tratto dall'articolo tradotto da Ancient...non l'avevo letto molto interessante, le due citazioni che ho riportato sono quello che più condivido.


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Gwenelan
messaggio12 May 2016, 20:46
Messaggio #10



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Il discorso di Ancient è interessante, però secondo me non sempre si applica. Poi il povero Morrowind imho non è proprio un gioco da completisti: non c'è nessuna meccanica che ti spinge a completarlo al 100% a tutti i costi (o che ti incoraggi a farlo), a me è sempre parso un gioco dove puoi ignorare qualsiasi cosa e fare solo quello che ti piace, e avere comunque un'esperienza completa e soddisfacente. Tant'è che io quando ci torno è proprio perché mi manca il "feeling".

Ma ci sono anche giochi a cui si ritorna dopo averli completati al 100%. Per me uno di questi è Tomb Raider (un titolo a caso tranne Angel of Darkness, che era rotto in tutti i sensi, e il reboot che con TR non c'entra niente): completato al 100%, con sfide a tempo, segreti, cazzi e mazzi, ma ci torno per il puro piacere di giocarlo. E utilizzo il mio save game completo, non lo rigioco per ricompletarlo, benché sia espressamente, specie gli ultimi capitoli, un gioco per completisti.


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The Ancient One
messaggio12 May 2016, 20:53
Messaggio #11



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Certo.
Una categoria non esclude l'altra è concordo il tuo giudizio su Morrowind.

Per esempio fra le esperienze poetiche che portò con me, c'è una missione a sfondo religioso dove devi attraversare tutta l'isola senza parlare con nessuno.


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exitplanetdust
messaggio15 May 2016, 10:04
Messaggio #12





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Secondo me, non si deve valutare il gioco come sistema chiuso, bensì come sistema esperenziale. Cioè, non come oggetto a sé, ma (anche) in funzione del soggetto che vi interagisce.

Nel momento in cui il gioco mi ha arricchito, veicolando il proprio messaggio/visione del mondo, irretendomi nel suo sistema culturale, espandendo la mia esperienza (il mio vissuto, le mie idee, le mie emozioni, le mie competenze, etc), esso ha espletato la sua funzione. Ma questo processo, una volta compiuto, non lo esaurisce, non lo "rompe". Di per sé, infatti, il gioco non è variato di una virgola. È variato il mio rapporto col gioco stesso. Se mi è concesso cambiare ambito/medium, mi accorgo come i libri gialli sulla mia mensola non sono "rotti" perché li ho letti svelando così l'autore del delitto. E la pellicola di The Empire Strikes Back non è "rotta" perché ho scoperto chi sia in realtà il padre dell'eroe.

In altre parole, il gioco non è mai rotto, a meno che non lo sia strutturalmente/oggettivamente.

D'altro canto, il gioco rientra in meccaniche industriali capitalistiche che lo rendono un prodotto che tende (è mirato) a diffondersi massivamente in un mercato, oggi morbosamente ipertrofico, in cui circola per un dato periodo toccando un picco di diffusione per poi avviarsi verso un progressivo inesorabile diradamento, a cui segue necessariamente un processo di avvicendamento. Da ciò deriva il summenzionato rapporto "usa e getta". Ma rispetto alla prospettiva di cui sopra, considerando cioè il gioco come "sistema esperenziale", a ben vedere non si getta nulla - e magari neppure si usa nulla, dacché probabilmente in una certa misura in realtà si viene usati.

Dipende, in sostanza, dalla prospettiva adottata per valutare la questione.

Messaggio modificato da exitplanetdust il 15 May 2016, 10:25
 
Festuceto
messaggio16 May 2016, 16:44
Messaggio #13



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Provo a dire la mia su una questione tutt'altro che banale: il videogioco è molte cose: un'esperienza, un racconto, un passatempo, un divertimento ed anche, ricordiamolo, un oggetto da collezione. Personalmente non considero "rotti" i videogiochi conclusi e mi riallaccio all'esempio di Morrowind portato da Belboz, RPG stupendo e indimenticabile: trascorse mille ore di gioco, so bene che difficilmente lo rigiocherò in futuro, così come so di non avere il tempo per rileggere il Signore degli Anelli per la terza volta, ma l'oggetto, il software, coi suoi bit e byte, rappresenta ancora il valore simbolico di un'esperienza piacevole, meravigliosa, unica. Ci sono molti libri e film che non rileggerò/rivedrò, ma sapere di poterlo fare gli dona un valore, una rilevanza, al di là del valore intrinseco dell'opera. Vale anche per i pessimi videogiochi, sono pezzi di vita, esperienze e le serbiamo come tutte le altre, in memoriam, sebbene, ci tengo a precisarlo, io come molti altri tendo a comprare/scaricare giochi che dovrebbero piacermi.
Ci sarebbe poi un discorso più ampio e "nobile" che sposta la questione dal piano puramente personale al piano "sociale": la preservazione videoludica. Ognuno di noi, conservando quel software o quel disco contribuisce a custodire un patrimonio tecnologico-culturale nell'interesse, anche, della società intera. Il gioco è lì sul nostro scaffale, un giorno sarà sullo scaffale di qualcun altro o in un archivio, e non importa se ci è piaciuto oppure no, se sia un bel gioco o un pessimo gioco, se qualcuno lo rigiocherà o meno, ciò che conta è che esiste ancora. Il tema è ampio e profondo e non ho la pretesa di dipanarlo in tal sede, del resto gli amici di Archeologia Videoludica/Informatica ci hanno già pensato (recente è la pubblicazione dell'intervista al responsabile dell'archivio videoludico di Bologna).
Spero di aver fornito quantomeno uno spunto utile di riflessione.


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utdefault
messaggio4 Jun 2016, 23:54
Messaggio #14



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Superato il fattore tempo ed a parità di un quantitativo di titoli, tutti da completare o da rigiocare, ci si pone di fronte all'ultimo quesito: il fattore immersività.
Il gioco sarà in grado di cogliere quell'attenzione che merita di avere e saprà restituirla ricambiandola sotto forma di un totale coinvolgimento tale che, pur se la immersione dovesse in taluni frangenti essere quasi forzata, la soddisfazione generale alla fine ottenuta si possa considerare nel suo complesso pienamente soddisfacente?
Difficile attribuirgli un parametro, tenuto conto che l'approccio al gioco è esso stesso un confronto:
rigiocando a glorie del passato si possono riuscire a cogliere spesso diverse sfaccettature, celate talvolta nei dettagli, sfuggite o quasi ad un'attenzione vigilante perché magari il grado di immersività precedente era quello che prediligeva un coinvolgimento trascendente;
mentre approcciarsi ad una nuova dinamica, anche quando la visione di gioco è quella già nota ed abituale nel suo genere, permette di assaporare tutte quelle sfumature che, assieme pure ad un tipo diverso di interazione, riescono a saper regalare un nuovo grado di esplorazione.

In questo senso il gioco non perde mai quel 'legame' col giocatore, poiché si pone sempre al suo stesso livello; ed anche se vi fossero delle sfilacciature basterebbe il tempo necessario a che l'uno o l'altro possano rinsaldarle affiché rimangano strettamente uniti: giocare forzatamente da un lato ma avere contesti di gioco pienamente coinvolgenti dall'altro, anche in frangenti alternati, o viceversa.
Tale è l'esperienza di gioco, in qualunque modo essa venga vissuta.
 

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