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> [articolo]La gioia nevrotica del giocare, Perchè giochiamo?
Tsam
messaggio2 Jun 2012, 21:16
Messaggio #1


The Answer
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Vi proponiamo un bell'articolo tratto dal blog artful gamer dove indaghiamo i motivi per cui troviamo tanto piacere nel giocare: http://www.oldgamesitalia.net/content/gioi...ica-del-giocare

Un articolo un po' più "impegnato" ma di sicuro interesse.

Buona lettura


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The Ancient One
messaggio10 Jun 2012, 14:59
Messaggio #2



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Uopo questo topic, per invitarvi a leggere l'articolo, che mi pare passato un po' inosservato.

Non tanto perchè lo tradotto (malaccio) io, ma perchè comunque l'ho trovato estremamente interessante.
E, ahimè, talvolta descrive un certo mio modo, sbagliato, di videogiocare.

Ero curioso di sapere le vostre osservazioni.


Ciao ciao,
Diego


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LargoLagrande
messaggio10 Jun 2012, 16:05
Messaggio #3



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CITAZIONE (The Ancient One @ 10 Jun 2012, 15:59) *
Uopo questo topic, per invitarvi a leggere l'articolo, che mi pare passato un po' inosservato.


E' vero l'articolo è molto interessante, grazie mille Diego per avercelo abilmente tradotto e segnalato.
Spesso la psicologia del videogiocatore, il modo in cui si approccia al gioco, le sue abitudini e le sue aspettative, passano in secondo piano rispetto alla fruizione del prodotto ed in seguito alla sua valutazione, che assorbono quasi tutta la nostra attenzione, in realtà però questi due aspetti vanno di pari passo e probabilmente hanno la stessa importanza.

Le nostre precedenti esperienze di gioco, le problematiche della nostra vita quotidiana, lo stress causato dal lavoro, dalle responsabilità, costituiscono sicuramente un fardello che spesso ci impedisce di intendere il gioco come "pura sublimazione". Ricollegandomi a quanto scritto nell'articolo, non è difficile identificarmi, per quanto di riguarda mi capita spesso di padroneggiare il gioco come "dispiacere" purtroppo per me accendere il pc e lanciare un gioco è un momento di pausa durante il quale stacco la spina dallo stress lavorativo o della mia giornata, quindi usando il linguaggio dell'autore, la mia sarebbe una forma di repressione. Certo mi capita anche di fruirne in modo diverso, e di padroneggiare il gioco come "piacere", in alcuni rari momenti di tranquillità.

Dico qualcosa di abbastanza banale quando confesso che in questo influisce anche qualche altro fattore, il mio modo di avvicinarmi ad un videogioco è cambiato molto rispetto a quando ero adolescente e oggi lasciarmi assorbire completamente da un'atmosfera, da una storia è diventato più difficile. Inoltre le nostre aspettative sono cresciute enormemente in termini qualitativi e di contenuti, così come il nostro senso critico (e per fortuna!) . Da ragazzino difficilmente avrei lasciato un gioco a metà se non per frustrazione o per noia (assai di rado), oggi riconosco di avere meno pazienza perchè quando intravedo le prime avvisaglie di mediocrità in un prodotto o quando capisco che non risponde alle mie esigenze, mollo la presa e comincio a giocare con meno convinzione, o nei casi più gravi addirittura abbandono l'esperienza di gioco. E qui entra in gioco qualcosa che l'autore non ha analizzato, ovvero il "fattore tempo", se hai poco tempo libero sei costretto a selezionare con più meticolosità, tra famiglia, lavoro e altri impegni il tempo diventa prezioso, quindi da videogiocatore mi chiedo "perchè sprecarlo con qualcosa che non lo merita veramente?".

Per l'autore il mio è un approccio sbagliato perchè videogiocare va oltre il trastullarsi nei momenti di pausa. Quando dice che "la vera essenza dei videogiochi è il padroneggiarli, lo sviluppare nuove abilità o l'acquisire nuove conoscenze" troverà sicuramente il consenso dei videogiocatori hardcore che più volte in questo sito si sono lamentati dello scarso livello di sfida nei prodotti moderni e condivido quanto detto, essendo consapevole che allargarsi ad una utenza "casual" (i videogiocatori che hanno un concetto del mondo videoludico meno profondo ) abbia portato negli anni a perdere qualcosa lungo la strada.

Non ne abbiate a male, quanto dice è idealmente e concettualmente meraviglioso, però mi chiedo quanti si possano veramente oggi concedere il lusso di interpretare il momento ludico come qualcosa di diverso da un "piacere nevrotico" o da una "gratificazione sostitutiva" ed invece rientrare nella categoria dei gamer duri e puri che affrontano i giochi in modo totalmente immersivo?

L'unica cosa su cui dissento è questa affermazione "tanti giochi dalla storia orribile e dalla sceneggiatura misera siano invece un'esperienza assolutamente soddisfacente" o meglio credo sia qualcosa che possa andar bene per alcune tipologie di giochi , meno per altre. In passato questo è successo tante volte, basti pensare che siamo cresciuti con giochi arcade che avevano una trama poco più che abbozzata, anzi in alcuni l'intreccio non andava oltre lo schema della favoletta classica, però ci davano grandi soddisfazioni dal punto di vista strettamente ludico. Questo discorso però non lo accetto se gioco ad un'avventura grafica o ad una dynamic adventure, il comparto narrativo qui ha il dovere di evolversi e di provare sempre a dare il meglio. Anche perchè i tempi cambiano e NOI siamo cambiati, quello che abbiamo vissuto , che abbiamo letto e che abbiamo giocato nel bene e nel male determina i nostri gusti.




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"Ambition is a poor excuse for not having sense enough to be lazy" (E. Bergen)
 
The Ancient One
messaggio11 Jun 2012, 10:56
Messaggio #4



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Grazie mille dell'intervento, Largo.
Al solito per niente banale.
Condivido in pieno le tue riflessioni e anche, direi, le tue "emozioni".

La cosa per me è stata di una certa evidenza quando -recentemente- ho giocato per la prima volta ad Ico (il remake).
Tutto quello che mi era stato raccontato di Ico si è dimostrato verissimo (a partire dalla recensione di Inskin); ho visto con i miei occhi l'impatto emotivo del legame con Yorda, ma... non sono riuscito a viverlo fino in fondo.
E mi è stato palese che non dipendeva dal gioco, ma dipendendeva da me, che non ero "emotivamente" predisposto a immergermi nel gioco (che, invece -con la solita perizia- ho finito in poche piacevoli ore).

Parlando invece del "padroneggiare un gioco", anche qui sono stato costretto ad ammattere che spesso tendo a padroneggiare i giochi in maniera... beh, repressiva / nevrotica.
Esagero un po' ovviamente, però c'è un fondo di verità.

Ad es. di recente ho abbandonato il bellissimo Batman Arkham Asylum ad un passo dal platino.
Dopo essermi veramente goduto la storia, mi sono messo "alla caccia del platino".
Accorgendomi, solo dopo molte ore, che stavo facendo le sfide di combattimento non più per giocare, ma... per prendere il Platino. Per avere il 100%. Per essere il più bravo. Per padroneggiare il gioco.
Ho abbandonato (forse).

E di esempi così posso farne diversi.

Sicuramente è inevitabile che sia così.
Anche perché -oggettivamente- spesso mi fa comodo una via di fuga dallo stress e dagli impegni della giornata.
Tuttavia credo veramente che la via tracciata dall'articolo in questione sia quella da seguire. Almeno come intendo.




PS
Presto vi sparo un'altra traduzione da quel blog.


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Diduz
messaggio16 Jun 2012, 16:01
Messaggio #5



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Sono d'accordo con le conclusioni dell'articolo, per varie ragioni.
Di carattere sarei anche un "completista astratto", ma a conti fatti non ne ho la capacità: non sono abbastanza bravo e non ne ho la pazienza, e ultimamente nemmeno più il tempo. Insomma, mi conviene essere d'accordo con quello che dice l'articolo, perché sennò impazzisco e la difficoltà di "possedere nevroticamente" il gioco non avrebbe più alcun legame col "giocare", diventando appunto semplice ampliamento della nevrosi quotidiana. Come se non ce ne fosse a sufficienza.
Viene anche da pensare che la tendenza, spesso criticata, dei giochi facili guidati o "non giochi", possa essere una risposta a chi non si riconosca nel "piacere nevrotico" e cerchi un relax proprio nell'assenza di sfida (che non significa ovviamente assenza di interazione, altrimenti parliamo di altri media).
L'articolo però è più raffinato, perché propone l'approccio "immaginifico/rilassato" anche di fronte al gioco tradizionale, rendendo il discorso più teorico e quindi più universale: ho apprezzato molto questo aspetto.
C'è anche da aggiungere però che, ricollegandomi a quello che suggeriva Largo, a questo punto la qualità dell'ambientazione, della sceneggiatura, il plus artistico del prodotto deve essere di gran livello: intendo dire che, se accantono il fattore "nevrotico", devo avere spunti immaginifici tali da compensare il non perseguire trofei, punti, livelli di difficoltà bestiali sbloccati, grinding, etc. etc.


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"Fare una cacata è già abbastanza difficile, è il 75% del lavoro. Mi pare una follia non fare quel 25% di sforzo in più per darsi l'occasione di creare qualcosa di speciale." - Nick Herman, capo-progetto di Tales from the Borderlands (Telltale, 2014-2015)
 
Visitatore_Sartorius_*
messaggio18 Jun 2012, 15:17
Messaggio #6





Guest






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Messaggio modificato da Sartorius il 16 Sep 2013, 07:28
 
Tsam
messaggio16 Jul 2012, 14:53
Messaggio #7


The Answer
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Riporto qui un commento sul sito che credo interessante

CITAZIONE
una nota d'esperienza - di cautela anche ;)
ti ringrazio molto per lo spazio lasciato ai commenti, sarò breve. Ho 40 anni, ho cominiato con rpg 24 anni fa installando UltimaIV sul mio PC. Ricordo che l'introduzione del PEGI fu ai tempi aspramente criticato da me per primo. Penso che l'interazione emotiva e la possibilità di evadere massivamente da se stessi siano un piacere come un pericolo. Per me, come le sigarette, irrinunciabili in ogni caso...
un abbraccio, 1337


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