Benvenuto Visitatore(Log In|Registrati)

 
Reply to this topicStart new topic
> [Arthur Groding] Una storia di nettare
xarabas
messaggio9 Jan 2019, 19:05
Messaggio #1





Gruppo: Gamer
Messaggi: 221
Iscritto il: 3 May 17
Utente Nr.: 21.504
SO Sono un BOT, cancellami l'account




Una storia di nettare – Capitolo Uno

Betty poggiò brusca come sempre la tazza di caffè sul bancone. Caffè nero ed amaro, il preferito dal dottor Groding.
Il locale era sporco e mal frequentato, ma ad Arthur piaceva. Gli era sempre piaciuto, fin da quando, matricola di medicina aveva iniziato quel suo strano lavoro per pagarsi gli studi. Qui aveva avuto il suo primo cliente e poi, quel postaccio, era diventato il suo primo ufficio. Ci veniva ogni giorno.

Betty per un periodo fu tentata di chiedere l'affitto per quell'inusuale uso che Arthur faceva del suo locale, ma poi lasciò perdere. Era scontrosa e burbera, ma sincera come nessun altro, ed aveva piacere di trovarsi ogni giorno quella faccia pulita ed amica davanti per qualche minuto. La tavola calda era la sua casa e lei con quel luogo condivideva tutto, dalla camera da letto sopra la cucina, all'olio delle fritture di cui erano impregnati tutti i suoi vestiti.

“Ti vedo pensieroso, dottore” neanche un buongiorno, erano anni che non si salutavano più Betty ed il dottore, ormai così abituati l'uno all'altro; ad Arthur ciò non dispiaceva, un buongiorno implicava sempre dover parlare con qualcuno e lui non amava parlare troppo. “Visitato il paziente sbagliato?”

“Tutto a posto Betty, sai che non pratico più la professione.” prese un sorso di caffe bollente, nonostante l'afa già di primo mattino, e ripose la tazza con delicatezza e precisione sul fazzolettino bianco che si era premurato di preparare piegandolo come un piccolo origami. Era preciso e meticoloso.

Stava leggendo il giornale quando la porta della tavola calda si spalancò sbattendo con violenza contro una cameriera che passava di lì. Il vassoio le cadde rovinosamente a terra accompagnato dalle poco femminili imprecazioni della ragazza. Arthur, come sempre, non si voltò, ma prestò una famelica attenzione a suoni e rumori. Riconobbe subito il passo strascicato ed il pungente odore di colonia da due soldi. Mai farsi vedere interessato a qualcosa, sempre attento a tutto, lo aveva imparato a sue spese da quando aveva iniziato a frequentare quel pericoloso ambiente.

Un ragazzo, impomatato e vestito con un abito di seconda mano troppo largo, si avvicinò e prese lo sgabello alla destra del dottore, che subito lo fermò: “E' occupato” indicando la valigetta di pelle scura appoggiata con cura sulla seduta.
“Scusa dottore” mentre, zoppicando sulla gamba sinistra, si accomodava su uno sgabello libero vicino “Ho visto la tua macchina fuori e....”
“Cosa vuoi Johnny? Sai che non ti puoi permettere i miei servizi.”
Veniva chiamato Johnny il Garzone, era un tutto fare della malavita locale, un pesce piccolo che non avrebbe mai fatto strada, le voci dicevano che era un po' ritardato, troppe botte in testa da parte del padre alcolista. Ma era ingenuo e credulone, doti utili per farsi fregare dagli altri, tanto che, si dice, qualcuno l'avesse convinto a spararsi sul piede per scommessa.

Johnny giocherellò con il cucchiaino di una tazza vuota sul bancone, girando dello zucchero che non c'era, poi con sguardo preoccupato si rivolse di nuovo verso il dottore:
“Mi manda il Signor Bogdanov, dice che è successo di nuovo, ha bisogno di te”.
Arthur, che fino a quel momento aveva mantenuto lo sguardo fisso sul giornale, si voltò:
“Quando?”
“Sembra stanotte, qualche ora fa, ma c'è dell'altro...” sembrava titubante
“Cosa?”
“E' Marilyn” alzò gli occhi al di là del bancone.
Betty lasciò cadere il bricco del caffé, che si frantumò a terra in milioni di piccoli pezzi di vetro. Come il suo cuore.
 
xarabas
messaggio14 Jan 2019, 02:12
Messaggio #2





Gruppo: Gamer
Messaggi: 221
Iscritto il: 3 May 17
Utente Nr.: 21.504
SO Sono un BOT, cancellami l'account




Una storia di nettare – Capitolo due

“Ciao, sono Marelyn…”

Era arrivata la sera prima al Betty’s Food&Diner, un pulcino sporco ed affamato. Appena una ragazzina, scappata da un piccolo villaggio di pescatori sulla costa a nord di Los Angeles, in cerca di una vita migliore nella grande città. E la città era stata dura fin da subito con lei. Betty l’accolse, la ripulì, gli diede da mangiare ed un posto dove dormire. Poi gli diede anche un lavoro, un posto che potesse chiamare casa e il calore di persone che divennero la sua famiglia.


I ricordi gli affollavano la testa, mentre guidava a tutta velocità tra il traffico cittadino, lungo le affollate strade della Città degli Angeli.

Un angelo.

Un piccolo angelo dolce e gentile. Innocente. La gioia di ogni cliente della tavola calda. Poi sbocciò, d’improvviso come era comparsa in mezzo a loro. E l’angelo divenne la ragazza più bella che Arthur avesse mai visto. Lei divenne solo la sua, di gioia. Il suo corpo nudo l’aveva stregato, la sua passione folgorato ed il suo profumo inebriato. Ma lui ancora non era il Dottore e lei era soltanto la cameriera di uno squallido locale di periferia. Non era arrivata lì per questo e quella vita gli andava stretta.

Johnny sul sedile accanto si aggrappava forte alla maniglia dell’auto, mentre veniva sballottato a destra e sinistra dalla guida spericolata di Arthur. “Dottore non serve che…” Desistette quando incrociò il suo sguardo, sembrava completamente assente e perso in pensieri lontani e dolorosi, guardava davanti a se senza prestare attenzione a nient’altro che alla strada. Passarono velocemente accanto ad un enorme cartellone pubblicitario dello spettacolo di Olivia Clarendon al Carthay Circle Theater.

Star.

Voleva diventare una stella del cinema. Aveva avuto qualche parte minore in alcuni spettacoli teatrali. Per lei il cinema rimase sempre un sogno lontano ed irrealizzabile. Anche quando lasciò il Betty’s Food&Diner, dedicando tutta se stessa a quella scellerata ambizione, non riuscì ad ottenere tanto di più, non raggiunse mai veramente il successo. E le ragazze che non sfondano in quell’ambiente, trovano tante altre porte aperte ad attenderle, spesso non luminose come quelle dei riflettori di un palcoscenico e dei flash dei fotografi.


Svoltarono bruscamente a destra, in uno stretto vicolo senza sfondo stracolmo di spazzatura. Conosceva bene la strada, non solo perché c’era stato un paio di sere prima. Fermò l’auto davanti ad una porticina di ferro scuro e rugginoso, illuminata da una piccola luce rossa vibrante. Vicino alla porta, appoggiata al muro, c’era una ragazza truccata male e vestita di colori sgargianti, la giacca rossa non riusciva a contenere l’enorme seno e la minigonna di brillantini d’argento era troppo corta per lasciare spazio all’immaginazione.

Quel posto lo frequentava spesso e sempre e solo per un motivo. Ritrovare il profumo del suo corpo, le perfette sfere dei suoi seni sodi, la sua morbida bocca e l’accogliente calore del suo sesso.

Johnny scese dall’auto, sollevato, fece un cenno alla ragazza che rispose alzando il mento mentre si accendeva una sigaretta, si avvicinò alla porta e bussò. Era un codice. Non veniva usato sempre, quella era la porta dei fornitori, una semplice porta di servizio. Ma quando accadeva qualcosa all’interno, dal retro, si entrava solo con il codice.
Si aprì uno spioncino ed il dottore vide la faccia barbuta e massiccia di Grigoriy, il buttafuori, che guardò con attenzione la strada, la ragazza e poi loro. Richiuse lo spioncino ed aprì la porta. La musica dalla sala arrivava anche sul retro, ragazze mezze nude passeggiavano avanti ed indietro, cambiandosi i vestiti per gli spettacoli o portando su i clienti. Grigoriy perquisì gli ospiti, evitando la valigetta, sapeva che quella non si toccava, ordini del capo.

“Priviet Dottore, il sin’or Bogdanov la attende al piano di sopra, mi segua”.

Messaggio modificato da xarabas il 14 Jan 2019, 11:51
 
xarabas
messaggio14 Jan 2019, 02:15
Messaggio #3





Gruppo: Gamer
Messaggi: 221
Iscritto il: 3 May 17
Utente Nr.: 21.504
SO Sono un BOT, cancellami l'account




Una storia di nettare – Capitolo tre

Mentre salivano le strette scale, una ragazza in intimo di pizzo nero trasparente gli passò vicino, stringeva in mano un piccolo pacco, Arthur ne lesse il destinatario - Molly Tilly, Madison Avenue 1315, New York. In cima alle scale presero il corridoio a sinistra, camminò in silenzio, dietro il pesante passo del muscoloso Gregoriy, seguito da quello zoppicante ed incerto di Johnny. Si fermarono davanti alla porta n.°15. Aveva sperato fino alla fine ci fosse stato un errore, ma quella era la sua stanza: il legno graffiato vicino alla serratura, la maniglia di ottone cigolante, il suo odore quasi scomparso. Ripensò a ciò che aveva visto l’ultima volta che era stato lì, e per un attimo, un singolo lunghissimo attimo, il suo cuore si fermò. Lì sulla soglia della porta n.°15 il suo cuore smise di battere, la sua testa di pensare, il sangue di circolare, i muscoli di vibrare. Fu come congelare il tempo, fu come morire.

Dovette appoggiare la mano allo stipite e riprendere vistosamente fiato, come dopo una lunga apnea, prima di varcare la porta ed entrare nella stanza. Non dubitava che Gregoriy si fosse accorto di ciò, era un animale da combattimento, con un fiuto imbattibile nel trovare le debolezze dei suoi nemici. Nella stanza lo accolse il signor Bogdanov, alto quasi due metri, nel suo impeccabile abito bianco, sembrava un grosso orso bianco, con il suo sorriso piacione sotto al lungo baffo rileccato ed i piccoli occhi guizzanti e feroci di un predatore.

“Salve Dottore, veda quel che può fare” indicando con un gesto della grande mano ingioiellata la stanza “Se fosse possibile sistemare tutto qui, sarebbe molto meglio. Un'altra ragazza all’ospedale non farebbe una buona pubblicità al mio locale”.

La stanza era completamente distrutta, un odore pungente e disgustoso si diffondeva dalle sostanze organiche che imbrattavano ogni superficie dei mobili e delle pareti. Sudore, sperma, urine, feci, vomito, sangue; qualunque cosa potesse uscire da un corpo umano era presente in quella camera e ne corrompeva ogni angolo.

Marelyn giaceva catatonica sul letto, il corpo spezzato dalla brutalità di quella violenza. Il volto era tumefatto e gonfio, un rivolo di saliva sanguinosa gli scendeva dal lato della bocca, lungo la guancia sfregiata. Aveva pianto e si era difesa, ma adesso gli occhi erano fissi al soffitto, spenti ed indifferenti, opachi e tristi come due perle nere che non brillavano più. Le braccia completamente livide, come le gambe, erano distese lungo i fianchi, alcune dita delle mani erano rotte come le unghie sporche di sangue e pelle. Le gambe aperte in modo innaturale, lasciavano in vista quel che rimaneva della vagina, un grumo di sangue e purulenza. Arthur non vedeva la parte posteriore di quel corpo violato, ma poteva benissimo immaginarlo.

Rabbioso, si voltò di scatto verso Bogdanov e lo prese per il bavero mandandolo a sbattere contro la porta.

“Perché hai fatto entrare qualcuno con quella roba!!!” Gli gridò in faccia “Ti avevo detto che sarebbe accaduto di nu…”

Il colpo arrivò secco ed improvviso, in mezzo alle costole, lasciandolo senza fiato e facendolo barcollare a terra per il dolore. Il cazzotto di Gregory fu come essere investiti da un auto, credeva che gli avesse spezzato ogni singolo osso del corpo. Un gesto fermò Gregoriy pronto a finire il lavoro.

“Dottore, Dottore, no, no, non va affatto bene così, vuol per caso morire?”

Bogdanov si accucciò, per parlargli faccia a faccia “Conosco ciò che prova per questa ragazza, crede per caso che mi possa sfuggire qualcosa di quel che accade qui dentro?”

Gli mise una mano sotto il bracco e lo tirò su, lo rimise in piedi senza fatica, mentre Arthur ancora doveva riprendere fiato; poi con una finta gentilezza, tolse il fazzoletto dal taschino e gli pulì il vestito con gesti vistosi.

“Ho detto a tutti i miei uomini di prestare attenzione al nettare.” Rise, di un riso fragoroso ed indifferente “Checche, usare una droga per farsi una scopata” scosse la testa.
“Ma sai come è, alcune di loro se lo portano da sole, se lo passano, lo spacciano, con il nettare fanno più soldi, fanno scopare anche i finocchi” Arthur era perplesso ed ancora furioso, anche tu ci guadagni di più, pezzo di merda, pensò stringendo i denti e Bogdanov se ne accorse, sembrava leggergli nel pensiero.

“Mi scusi signor Bogdanov” parlò a fatica, premendosi le costole con entrambe le mani “Ha ragione, non sarei dovuto scattare in quel modo" respirò profondamente per completare la frase ed il dolore si diffuse in tutto il corpo. "Mi scusi ancora. Ma io devo sapere chi ha fatto questo, mi dica cosa devo fare per sapere chi è stato. Farò tutto ciò che vuole.”

“Oh, oh, affari. Mi piacciono gli affari”. Era un predatore, non una preda, se avrebbe guadagnato da un affare, l’avrebbe concluso. “I tuoi servizi costano molto, dottore. Ma i soldi per me non sono un problema. Però mi potresti essere utile per un'altra cosa. Sei disposto a tutto, no?”

Arthur ci pensò su, sapeva che si sarebbe messo pericolosamente in gioco, ma non poteva fare altro, “Si sono disposto a tutto”

“Bene, riceverai una telefonata al momento opportuno. Ed adesso dimmi, cosa vuoi sapere?” Era sicuro, nessuno si sarebbe rimangiato la parola con lui, certamente non uno come Arthur.
“Marelyn non usava il nettare, e…”
“Hai ragione, la dolce Marelyn non usava quella roba, bastava il suo sorriso a renderlo duro ai clienti" si passò la lingua sulle labbra ricordando "ma i miei uomini non hanno potuto perquisire il cliente di ieri sera”
“Perché no?” Lo guardò interrogativo Arthur.
“Era un poliziotto, un uomo di Tylor. E sai com’è, loro fanno dei piaceri a noi, e noi facciamo dei piaceri a loro”
“Il suo nome?”

La risposta arrivò ed Arthur iniziò a pensare, rimuginare. La vendetta covava dentro di lui, calda, bollente, incendiava il suo freddo animo mentre si prendeva cura del corpo inanime di Marilyn.


Messaggio modificato da xarabas il 14 Jan 2019, 12:25
 
xarabas
messaggio14 Jan 2019, 02:17
Messaggio #4





Gruppo: Gamer
Messaggi: 221
Iscritto il: 3 May 17
Utente Nr.: 21.504
SO Sono un BOT, cancellami l'account




Una storia di nettare – Capitolo quattro

Qualche giorno dopo, in tarda serata, il telefono del dottor Groding squillò.
Una voce con spiccato accento russo al di là dalla cornetta parlò immediatamente:

“Vada al numero 3 di Folsom Street, una persona ha bisogno delle sue cure. Si ricorda il caso del signor Lorenz Smith?”

Come poteva dimenticare Lorenz Smith. Era stato radiato per quel caso. L’aveva fatto morire, forse intenzionalmente?, durante l’operazione.

“Chi è questa persona?”

“click, tu tu tu tu tu tu…”

Messaggio modificato da xarabas il 14 Jan 2019, 12:26
 
xarabas
messaggio21 Jan 2019, 18:09
Messaggio #5





Gruppo: Gamer
Messaggi: 221
Iscritto il: 3 May 17
Utente Nr.: 21.504
SO Sono un BOT, cancellami l'account




una storia di nettare - capitolo cinque

Aveva pagato il signor Bogdanov per tenere Marilyn in una stanza pulita e tranquilla, gli ci sarebbe voluto del tempo per riprendersi.
Almeno questo è quello che Arthur si ripeteva, più per se stesso che per gli altri; sapeva benissimo, nonostante cercasse di negarlo con ogni particella del suo corpo, che non si sarebbe più ripresa, non mentalmente, almeno. Forse il corpo, pian piano, sarebbe tornato quello di una volta, ma il suo spirito sarebbe rimasto prigioniero di quell'orrore.
Una volta lasciata la camera, uscì quasi di corsa dallo squallido locale e salì in auto. Nell'abitacolo, con le mani sul volante, respirò cercando di calmarsi. Il dolore alla costole ancora persisteva, ma doveva trovare la giusta lucidità per pensare, aveva un nome, aveva "il" nome ed ancora non sapeva a quale prezzo, anche se, in quel momento, ogni prezzo gli sarebbe sembrato adeguato.

Corse in auto lungo la costa, ormai era sera, con i finestrini abbassati lasciò che il caldo vento del crepuscolo lo colpisse in piena faccia, mentre le idee si chiarivano nella sua testa, rimetteva a fuoco gli avvenimenti passati e disegnava quelli futuri. Era bravo a pianificare, apriva e chiudeva i cassetti della mente, creando il suo ordine perfetto, ma quella sera i ricordi della dolce ragazza che lo aveva ammaliato non trovavano posto, sbiadendo, sostituti dall'orrenda immagine della violenza.

Se non ci fosse stato altro modo di vendicarsi, lo avrebbe ucciso con le sue mani, affondando le dita nel suo collo e guardandolo negli occhi fino a che le vene del volto non si fossero gonfiate fino ad esplodere e la vita non avesse abbandonato quel corpo schifoso. E ne sarebbe andato fiero.

Tornò a casa più tardi del solito, ma non attese oltre. Aveva molti favori da spendere e gli avrebbe usati tutti se necessario.

Dapprima informazioni; aveva bisogno di conoscere, sapere chi era questa persona, il metodo scientifico lo aveva appreso dai sui studi.
Fece una chiamata, anche se era tarda notte sapeva che poteva disturbare. Aveva un contatto al distretto di polizia, era stata una delle prime cose che si era preoccupato di avere quando il suo lavoro iniziò a farsi serio: era fondamentale non trovarsi immischiato in affari che non avrebbe potuto gestire e Benjamin Forward ebbe bisogno di lui proprio nel momento giusto. Non faticò a ricevere le notizie che cercava.

L'agente Dean Bannet era sposato con una donna di Pasadina e viveva in uno dei palazzi popolari a nord di Los Angeles. Non era uno stinco di santo, secondo Ben erano state aperte diverse procedure interne nei suoi confronti, ma ufficialmente tutte finite in un niente di fatto. Ufficiosamente, invece, si sapeva che Bannet era un uomo di Tylor, come molti altri agenti del distretto e voci dicevano che forse c'era anche qualcuno più in alto che poteva fare le giuste pressioni. Erano immischiati in metà degli affari sporchi della città, ma non c'era nessuno che potesse o volesse fare qualcosa, non solo per paura ma anche perchè, probabilmente, immischiato nell'altra metà degli affari sporchi di questa misera città. Faceva coppia con l'agente Thomas Green, inseparabile sodale.

La mattina seguente iniziò i pedinamenti. Giorno e notte. Johnny il Garzone l'aiutò volentieri, Bannet lo aveva arrestato diverse volte e si ricordava molto bene l'alito puzzolente e le grosse mani che lo schiaffeggiavano durante gli interrogatori, non sopportava essere schiaffeggiato.
Dean Bannet era un tipo alto e corpulento, con una pancia prominente che gli tirava i bottoni della divisa, aveva il vizio di battersi il manganello sulla mano, mentre camminava per le strade di Los Angeles mostrava i segni di una mal celata aggressività e non mancava di guardare di sbieco tutte le persone che incrociava
(Sacco di Merda, Ralph lo riconobbe immediatamente dalla descrizione), Green invece era più giovane magro e basso, sembrava più riflessivo e parlava di meno, molto meno (Pelo di Culo, il secondo coglionazzo pensò Ralph).
Durante i pattugliamenti e prima e dopo il lavoro si occupava anche dei loro traffici. Racket e "protezione" principalmente, ma anche spaccio di droga e prostituzione. Ormai era passato più di un anno dalla fine del proibizionismo, con quello fare i soldi era stato facile, adesso si muovevano in un mare di squali pronti ad azzannarsi, erano sempre vigili ed attenti quando si occupavano dei loro affari.

Ci vollero pochi giorni per imparare la routine di Bannet. Era un tipo prevedibile. Durante l'orario di lavoro sbrigava i piccoli affari insieme al suo compare, lasciando il grosso per il giorno di riposo settimanale. Ricevevano ordini direttamente da Tylor che raggiungeva Bannet al Bar Diamond dove passava gran parte del giorno libero bevendo e palpando cameriere. Le donne e l'alcool erano i suoi passatempi preferiti. La base delle operazioni era una garage noleggiato a nome Luise Stone, la moglie di Bannet, in una zona industriale poco fuori città. Il garage era sempre stipato di merce che veniva caricata e scaricata da un furgoncino scuro.

Non potendo prevedere quando si sarebbe presentata la giusta occasione, elaborò più piani e si preparò ad eseguirli con la sua solita meticolosità, niente doveva essere lasciato al caso. Fece chiamate e preparò documenti e materiali. Il bastardo doveva morire nella merda, come quella in cui aveva lasciato la dolce Marilyn.

La vendetta che era bruciata come un fuoco nel suo petto, pian piano si era smorzata; adesso la sentiva dentro calma, placida come un orso sopito durante un lungo inverno, pronto a destarsi ai primi calori estivi per catturare la sua preda, ed Arthur, nel silenzio della notte, ne era inquietato.

Poi arrivò il giorno, inaspettato, come un fulmine.
 
xarabas
messaggio21 Jan 2019, 18:10
Messaggio #6





Gruppo: Gamer
Messaggi: 221
Iscritto il: 3 May 17
Utente Nr.: 21.504
SO Sono un BOT, cancellami l'account




Una storia di nettare - capitolo sei

Era la tarda mattina del 20 novembre quando il dottor Groding giunse all'Hotel Miramare, in realtà poco più di un losco affittacamere; Bannet e Green erano ancora nel furgoncino appostato fuori dall'albergo, stranamente nelle loro divise d'ordinanza. Johnny aveva seguito il furgoncino fino a quando non si era appostato, poi aveva chiamato il dottore e se n'era andato.

Nel primo pomeriggio un uomo, barcollante e sporco di sangue, attraversò la strada ed entrò nell'albergo: era un tipo magro e goffo, non troppo alto, con degli occhiali tondi sul naso che pendevano da un lato. Sembrava completamente fuori luogo, gli occhi vacui e confusi. Non c'era nessuno alla reception, il custode, un tarchiato messicano più sudicio di un senzatetto, aveva bevuto una bottiglia di pessimo liquore comprata al bar in fondo alla strada e si era messo dietro la tenda a dormire. Non che fosse un problema, l'albergo non era molto frequentato, non c'erano stati altri movimenti fino a quel momento.
I due poliziotti, pochi minuti dopo l'ingresso dell'uomo, lo seguirono all'interno. Bannet aveva già tirato fuori il suo fido manganello ed aveva un sorriso crudele sul volto che non prometteva niente di buono. Con passo sicuro varcarono la soglia, si fermarono davanti alla reception, guardarono il registro degli ospiti e salirono. Non provarono neanche a chiamare il custode.

Passarono solo pochi minuti prima che esplodesse il caos: dapprima grida da una stanza al secondo piano, poi quattro spari. Arthur vide l'uomo barcollante che era entrato poco prima che scappava dalla scala antincendio laterale con una pistola in mano e dei grossi sacchi neri.

Improvvisare, pensò immediatamente Arthur. Non c'era molto tempo. Si mise gli occhiali da sole scuri, tirò giù la tesa del cappello sul volto, ingobbendosi un po' per camuffare il suo aspetto e scese dall'auto con la sua valigetta. Passò accanto al furgoncino scuro di Bannet e vide che sul retro aveva ancora delle casse di alcolici ed altri pacchi più piccoli; il furgone era aperto, i poliziotti avevano quel brutto vizio, una loro deformazione professionale, non chiudevano mai l'auto.

Il custode fece capolino da dietro la tenda, timoroso e spaventato. Arthur entrò mentre stava allungando il braccio per prendere il telefono; rapido mise la mano sulla cornetta e fece di no con il dito.
“Aspetta a chiamare la polizia” tirando fuori dalla tasca interna della giacca una mazzetta di banconote ed appoggiandola sul banco. Non aspettò che le prendesse, “C'è solo questo telefono nell'albergo?” il tizio confuso, ancora ubriaco ed assonnato fece cenno di si con la testa, guardando fisso quella montagna di soldi.
”Bene, vado su a vedere cosa è successo, se quando torno sarai ancora qui e non avrai chiamato la polizia, ne riceverai altrettanti” facendo vedere la tasca ancora piena di denaro.

Prima di salire osservò con attenzione il registro dell'albergo. L'hotel era praticamente vuoto, poche camere occupate e, oltretutto, guardando la bacheca piena di chiavi dietro al custode, molti degli ospiti sembravano non essere in stanza.

Salì con cautela ed attenzione le scale, impugnando la sua piccola arma italiana, nessuno si affacciò dalle camere, c'era un silenzio di tomba in tutto l'hotel. Al secondo piano notò poco più avanti lungo il corridoio una porta aperta, la stanza numero 216, nome ospite Ralph Haas, ricordò dal registro.
Si avvicinò ed osservò all'interno: i corpi di Bannet e Green giacevano esanimi nella stanza, uno riverso sul letto, una pozza di budella e sangue imbrattava tutto il lenzuolo, l'altro accasciato al suolo vicino all'ingresso, aveva un foro nel petto.

Era sorpreso di quel che era accaduto, qualcuno aveva fatto il lavoro al posto suo. Gli era veramente grato, lui non era un assassino e, nonostante l' insaziabile sete di vendetta, non si era mai trovato veramente a suo agio con l'idea di dover uccidere qualcuno a sangue freddo.

Controllò la stanza prestando attenzione a non toccare niente. Era stata completamente ripulita, gli armadi erano vuoti e non c'erano effetti personali. Si affacciò fuori, controllò il corridoio, chiuse la porta ed iniziò il suo lavoro. Appena vista la scena, nella sua testa aveva già iniziato a concretizzare il piano, gli sarebbero serviti solo pochi minuti. Se avesse lasciato tutto così come era, Bannet sarebbe stato fatto passare come un eroe, morto in servizio durante un conflitto a fuoco insieme al suo compagno. Ed invece doveva morire come una merda, come quel grande pezzo di merda violento che era, nessuna medaglia, solo disonore e vergogna.

Sistemò i corpi come se si fossero sparati a vicenda. Avevano subito un colpo ciascuno, un altro era sul soffitto, quindi ne mancava ancora uno. Probabilmente l'uomo scappato ero stato colpito. Green aveva la sua pistola, aveva sparato un solo colpo. La pistola di Bannet non c'era.
Allora Arthur posò la valigetta sul piccolo scrittoio, tirò fuori una Colt P.P. 32 revolver [era una pistola pulita, ne aveva acquistate due da un ricettatore, erano uscite illegalmente dal deposito della polizia prima di essere rubate, nessuno aveva denunciato l'accaduto] e sparò un colpo verso il muro attutendo il rumore con dei cuscini. Poi sostituì altri due proiettili con dei bossoli usati, la ripulì e la mise in mano a Bannet. Poggiò sullo scrittoio e sul letto diverse mazzette di banconote, aprì delle bottiglie mignon di alcolici prese dal mobile dispensa e le sparse sui corpi dei due poliziotti morti. Chiuse la finestra dall'interno.

Poi, prima di andarsene dalla stanza, prese un foglio dalla valigetta, era una lettera scritta a macchina, l'accartocciò e la mise stretta nella mano di Bannet, sotto il massiccio corpo del poliziotto.

Scese giù e tornò dal custode che non si era mosso, ancora imbambolato. Si fermò davanti al banco, prese il telefono e fece una telefonata. Corresse in modo preciso il registro, quel Ralph Haas aveva alloggiato nella 218 ed era andato via la stessa mattina, mentre la stanza 216 era occupata da un certo Stone. Guardò l'uomo davanti a sé, gli porse un altra mazzetta, come gli aveva promesso e gli disse:
“Tu non mi hai visto, non hai visto niente, quella camera, la 216, è stata prenotata stamani da un uomo corpulento ed alto di nome Stone, sembrava uno sbirro anche se non era in uniforme” Ma il custode non sembrava saper leggere e sicuramente non si era preoccupato di imparare i nomi dei clienti e le stanze occupate, non sarebbe stato un grosso problema, “Dì qualcosa di diverso alla polizia e vengo a cercarti e ti faccio tanti buchi in corpo quante banconote ti ho dato”.
L'uomo, che non solo non aveva mai visto tanti soldi in vita sua, ma non li avrebbe neanche mai guadagnati in una vita intera di lavoro, continuò ad annuire in silenzioso, mentre arraffava bramoso il denaro e se lo nascondeva addosso.

Il dottore, uscendo e dirigendosi verso l'auto, passò accanto al furgoncino di Bannet, aprì lo sportello del passeggero e mise nel porta oggetti laterale tre mazzette di banconote, legate con una fascetta di carta con scritto, “Tylor”.

Aspettò alcuni minuti, prima di partire. Quando arrivarono due volanti della polizia a sirene accese, la stampa era già dentro l'albergo.

Sorrideva mentre con l'auto correva da Marylin, ed intanto pensava a quel giorno, circa una settimana prima, quando fece visita alla signora Bannet.
Era il giorno di riposo dell'uomo, che era uscito di casa per andare al solito bar, ed allora Arthur decise di cogliere l'occasione al volo.
L'abitazione era un piccolo appartamento nel condominio Starling, arredato con mobili scadenti, ma con gusto. Era riuscito ad entrare mostrando il suo tesserino di medico, con la scusa di un focolaio di influenza spagnola nel condominio. La signora Bannet non era più giovanissima, ma si curava molto, ed era comunque ancora attraente. Accolse Arthur in vestaglia, senza nascondere troppo le sue generose forme, aveva la pelle olivastra e scuri capelli lisci come teghe; un trucco molto pesante sul volto celava quelli che al dottore non sfuggirono essere vecchi lividi.
“Suo marito non c'è?” sapeva che non c'era, ma la signora, inaspettatamente, rispose, “Si, ma dorme, ha finito il turno di notte da poco”, indicando la giacca appesa all'attaccapanni. Una giacca troppo piccola che lasciava intravedere fra le pieghe un pezzo di distintivo “Agente Gr....”.

Tylor, di cattivo umore per la presenza della stampa, osservava incredulo la stanza; conosceva bene cosa stavano facendo qui i suoi uomini, non ci sarebbe dovuto essere tutto quel casino. Entrò un poliziotto con delle mazzette di banconote in mano, ognuna legata con una fascetta con scritto sopra Tylor. Il tenente le prese, staccò le fascette con rabbia mettendosele in tasca e poi gettò, furente, i soldi a terra. “Qualcuno mi vuole incastrare” pensò. Osservando Bannet, notò il foglio che spuntava dalla sua mano, scostò leggermente il corpo del collega e prese la lettera insanguinata:
“Cara Luise,
Non ce la faccio più a tenere segreto il nostro amore, scappiamo insieme, lascia quel violento di Dean. Ho messo da parte un bel po' di soldi, potremo andare in Messico e costruirci una nuova vita insieme. Ho bisogno dei tuoi baci e delle tue carezze, di amarti lib... “ Che schifo pensò mentre leggeva, scorse in fondo la lettera per vedere la firma “….tuo Thomas”. Scosse la testa disgustato.

Arthur parcheggiò l'auto davanti al night di Bogdanov. Sapeva che non era stato un lavoro perfetto e pulito, diverse cose non quadravano e osservatori attenti avrebbero facilmente scoperto la manomissione delle prove, ma sapeva per certo che Tylor avrebbe fatto il suo gioco, cercando di ostacolare le indagini sulle mazzette ed i liquori in auto, cogliendo al volo la storia del tradimento per chiudere velocemente il caso.
Per il resto, la stampa, con le foto della stanza, i soldi sparsi sul letto ed i corpi a terra, avrebbe fatto in tempo a gettare tutto il fango possibile sulla carriera di Bannet.

Morto nella merda e cornuto, quello che si meritava.
 
The Ancient One
messaggio23 Jan 2019, 22:54
Messaggio #7



Gruppo icone

Gruppo: Admin
Messaggi: 30.076
Iscritto il: 18 April 04
Da: Britannia
Utente Nr.: 1.377
pulley-in-the-middle

BGE Ultima 7
Playing Ultima 7: "Il Portale Oscuro" IN ITALIANO!

Dungeon Master 1 (PC - DosBox)
Sonic (Wii)
Runaway (PC)

SO WinXP




Bellissima scena.
Archivio, ma se vuoi aggiungere altro fai pure!


--------------------
 

Reply to this topicStart new topic
1 utenti stanno leggendo questa discussione (1 visitatori e 0 utenti anonimi)
0 utenti:

 

Modalità di visualizzazione: Normale · Passa a: Lineare · Passa a: Outline


Versione Lo-Fi Oggi è il: 16th February 2019 - 10:42