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> [Arthur Groding] Una storia di nettare
xarabas
messaggio9 Jan 2019, 19:05
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Una storia di nettare – Capitolo Uno

Betty poggiò brusca come sempre la tazza di caffè sul bancone. Caffè nero ed amaro, il preferito dal dottor Groding.
Il locale era sporco e mal frequentato, ma ad Arthur piaceva. Gli era sempre piaciuto, fin da quando, matricola di medicina aveva iniziato quel suo strano lavoro per pagarsi gli studi. Qui aveva avuto il suo primo cliente e poi, quel postaccio, era diventato il suo primo ufficio. Ci veniva ogni giorno.

Betty per un periodo fu tentata di chiedere l'affitto per quell'inusuale uso che Arthur faceva del suo locale, ma poi lasciò perdere. Era scontrosa e burbera, ma sincera come nessun altro, ed aveva piacere di trovarsi ogni giorno quella faccia pulita ed amica davanti per qualche minuto. La tavola calda era la sua casa e lei con quel luogo condivideva tutto, dalla camera da letto sopra la cucina, all'olio delle fritture di cui erano impregnati tutti i suoi vestiti.

“Ti vedo pensieroso, dottore” neanche un buongiorno, erano anni che non si salutavano più Betty ed il dottore, ormai così abituati l'uno all'altro; ad Arthur ciò non dispiaceva, un buongiorno implicava sempre dover parlare con qualcuno e lui non amava parlare troppo. “Visitato il paziente sbagliato?”

“Tutto a posto Betty, sai che non pratico più la professione.” prese un sorso di caffe bollente, nonostante l'afa già di primo mattino, e ripose la tazza con delicatezza e precisione sul fazzolettino bianco che si era premurato di preparare piegandolo come un piccolo origami. Era preciso e meticoloso.

Stava leggendo il giornale quando la porta della tavola calda si spalancò sbattendo con violenza contro una cameriera che passava di lì. Il vassoio le cadde rovinosamente a terra accompagnato dalle poco femminili imprecazioni della ragazza. Arthur, come sempre, non si voltò, ma prestò una famelica attenzione a suoni e rumori. Riconobbe subito il passo strascicato ed il pungente odore di colonia da due soldi. Mai farsi vedere interessato a qualcosa, sempre attento a tutto, lo aveva imparato a sue spese da quando aveva iniziato a frequentare quel pericoloso ambiente.

Un ragazzo, impomatato e vestito con un abito di seconda mano troppo largo, si avvicinò e prese lo sgabello alla destra del dottore, che subito lo fermò: “E' occupato” indicando la valigetta di pelle scura appoggiata con cura sulla seduta.
“Scusa dottore” mentre, zoppicando sulla gamba sinistra, si accomodava su uno sgabello libero vicino “Ho visto la tua macchina fuori e....”
“Cosa vuoi Johnny? Sai che non ti puoi permettere i miei servizi.”
Veniva chiamato Johnny il Garzone, era un tutto fare della malavita locale, un pesce piccolo che non avrebbe mai fatto strada, le voci dicevano che era un po' ritardato, troppe botte in testa da parte del padre alcolista. Ma era ingenuo e credulone, doti utili per farsi fregare dagli altri, tanto che, si dice, qualcuno l'avesse convinto a spararsi sul piede per scommessa.

Johnny giocherellò con il cucchiaino di una tazza vuota sul bancone, girando dello zucchero che non c'era, poi con sguardo preoccupato si rivolse di nuovo verso il dottore:
“Mi manda il Signor Bogdanov, dice che è successo di nuovo, ha bisogno di te”.
Arthur, che fino a quel momento aveva mantenuto lo sguardo fisso sul giornale, si voltò:
“Quando?”
“Sembra stanotte, qualche ora fa, ma c'è dell'altro...” sembrava titubante
“Cosa?”
“E' Marilyn” alzò gli occhi al di là del bancone.
Betty lasciò cadere il bricco del caffé, che si frantumò a terra in milioni di piccoli pezzi di vetro. Come il suo cuore.
 
xarabas
messaggio14 Jan 2019, 02:12
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Una storia di nettare – Capitolo due

“Ciao, sono Marelyn…”

Era arrivata la sera prima al Betty’s Food&Diner, un pulcino sporco ed affamato. Appena una ragazzina, scappata da un piccolo villaggio di pescatori sulla costa a nord di Los Angeles, in cerca di una vita migliore nella grande città. E la città era stata dura fin da subito con lei. Betty l’accolse, la ripulì, gli diede da mangiare ed un posto dove dormire. Poi gli diede anche un lavoro, un posto che potesse chiamare casa e il calore di persone che divennero la sua famiglia.


I ricordi gli affollavano la testa, mentre guidava a tutta velocità tra il traffico cittadino, lungo le affollate strade della Città degli Angeli.

Un angelo.

Un piccolo angelo dolce e gentile. Innocente. La gioia di ogni cliente della tavola calda. Poi sbocciò, d’improvviso come era comparsa in mezzo a loro. E l’angelo divenne la ragazza più bella che Arthur avesse mai visto. Lei divenne solo la sua, di gioia. Il suo corpo nudo l’aveva stregato, la sua passione folgorato ed il suo profumo inebriato. Ma lui ancora non era il Dottore e lei era soltanto la cameriera di uno squallido locale di periferia. Non era arrivata lì per questo e quella vita gli andava stretta.

Johnny sul sedile accanto si aggrappava forte alla maniglia dell’auto, mentre veniva sballottato a destra e sinistra dalla guida spericolata di Arthur. “Dottore non serve che…” Desistette quando incrociò il suo sguardo, sembrava completamente assente e perso in pensieri lontani e dolorosi, guardava davanti a se senza prestare attenzione a nient’altro che alla strada. Passarono velocemente accanto ad un enorme cartellone pubblicitario dello spettacolo di Olivia Clarendon al Carthay Circle Theater.

Star.

Voleva diventare una stella del cinema. Aveva avuto qualche parte minore in alcuni spettacoli teatrali. Per lei il cinema rimase sempre un sogno lontano ed irrealizzabile. Anche quando lasciò il Betty’s Food&Diner, dedicando tutta se stessa a quella scellerata ambizione, non riuscì ad ottenere tanto di più, non raggiunse mai veramente il successo. E le ragazze che non sfondano in quell’ambiente, trovano tante altre porte aperte ad attenderle, spesso non luminose come quelle dei riflettori di un palcoscenico e dei flash dei fotografi.


Svoltarono bruscamente a destra, in uno stretto vicolo senza sfondo stracolmo di spazzatura. Conosceva bene la strada, non solo perché c’era stato un paio di sere prima. Fermò l’auto davanti ad una porticina di ferro scuro e rugginoso, illuminata da una piccola luce rossa vibrante. Vicino alla porta, appoggiata al muro, c’era una ragazza truccata male e vestita di colori sgargianti, la giacca rossa non riusciva a contenere l’enorme seno e la minigonna di brillantini d’argento era troppo corta per lasciare spazio all’immaginazione.

Quel posto lo frequentava spesso e sempre e solo per un motivo. Ritrovare il profumo del suo corpo, le perfette sfere dei suoi seni sodi, la sua morbida bocca e l’accogliente calore del suo sesso.

Johnny scese dall’auto, sollevato, fece un cenno alla ragazza che rispose alzando il mento mentre si accendeva una sigaretta, si avvicinò alla porta e bussò. Era un codice. Non veniva usato sempre, quella era la porta dei fornitori, una semplice porta di servizio. Ma quando accadeva qualcosa all’interno, dal retro, si entrava solo con il codice.
Si aprì uno spioncino ed il dottore vide la faccia barbuta e massiccia di Grigoriy, il buttafuori, che guardò con attenzione la strada, la ragazza e poi loro. Richiuse lo spioncino ed aprì la porta. La musica dalla sala arrivava anche sul retro, ragazze mezze nude passeggiavano avanti ed indietro, cambiandosi i vestiti per gli spettacoli o portando su i clienti. Grigoriy perquisì gli ospiti, evitando la valigetta, sapeva che quella non si toccava, ordini del capo.

“Priviet Dottore, il sin’or Bogdanov la attende al piano di sopra, mi segua”.

Messaggio modificato da xarabas il 14 Jan 2019, 11:51
 
xarabas
messaggio14 Jan 2019, 02:15
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Una storia di nettare – Capitolo tre

Mentre salivano le strette scale, una ragazza in intimo di pizzo nero trasparente gli passò vicino, stringeva in mano un piccolo pacco, Arthur ne lesse il destinatario - Molly Tilly, Madison Avenue 1315, New York. In cima alle scale presero il corridoio a sinistra, camminò in silenzio, dietro il pesante passo del muscoloso Gregoriy, seguito da quello zoppicante ed incerto di Johnny. Si fermarono davanti alla porta n.°15. Aveva sperato fino alla fine ci fosse stato un errore, ma quella era la sua stanza: il legno graffiato vicino alla serratura, la maniglia di ottone cigolante, il suo odore quasi scomparso. Ripensò a ciò che aveva visto l’ultima volta che era stato lì, e per un attimo, un singolo lunghissimo attimo, il suo cuore si fermò. Lì sulla soglia della porta n.°15 il suo cuore smise di battere, la sua testa di pensare, il sangue di circolare, i muscoli di vibrare. Fu come congelare il tempo, fu come morire.

Dovette appoggiare la mano allo stipite e riprendere vistosamente fiato, come dopo una lunga apnea, prima di varcare la porta ed entrare nella stanza. Non dubitava che Gregoriy si fosse accorto di ciò, era un animale da combattimento, con un fiuto imbattibile nel trovare le debolezze dei suoi nemici. Nella stanza lo accolse il signor Bogdanov, alto quasi due metri, nel suo impeccabile abito bianco, sembrava un grosso orso bianco, con il suo sorriso piacione sotto al lungo baffo rileccato ed i piccoli occhi guizzanti e feroci di un predatore.

“Salve Dottore, veda quel che può fare” indicando con un gesto della grande mano ingioiellata la stanza “Se fosse possibile sistemare tutto qui, sarebbe molto meglio. Un'altra ragazza all’ospedale non farebbe una buona pubblicità al mio locale”.

La stanza era completamente distrutta, un odore pungente e disgustoso si diffondeva dalle sostanze organiche che imbrattavano ogni superficie dei mobili e delle pareti. Sudore, sperma, urine, feci, vomito, sangue; qualunque cosa potesse uscire da un corpo umano era presente in quella camera e ne corrompeva ogni angolo.

Marelyn giaceva catatonica sul letto, il corpo spezzato dalla brutalità di quella violenza. Il volto era tumefatto e gonfio, un rivolo di saliva sanguinosa gli scendeva dal lato della bocca, lungo la guancia sfregiata. Aveva pianto e si era difesa, ma adesso gli occhi erano fissi al soffitto, spenti ed indifferenti, opachi e tristi come due perle nere che non brillavano più. Le braccia completamente livide, come le gambe, erano distese lungo i fianchi, alcune dita delle mani erano rotte come le unghie sporche di sangue e pelle. Le gambe aperte in modo innaturale, lasciavano in vista quel che rimaneva della vagina, un grumo di sangue e purulenza. Arthur non vedeva la parte posteriore di quel corpo violato, ma poteva benissimo immaginarlo.

Rabbioso, si voltò di scatto verso Bogdanov e lo prese per il bavero mandandolo a sbattere contro la porta.

“Perché hai fatto entrare qualcuno con quella roba!!!” Gli gridò in faccia “Ti avevo detto che sarebbe accaduto di nu…”

Il colpo arrivò secco ed improvviso, in mezzo alle costole, lasciandolo senza fiato e facendolo barcollare a terra per il dolore. Il cazzotto di Gregory fu come essere investiti da un auto, credeva che gli avesse spezzato ogni singolo osso del corpo. Un gesto fermò Gregoriy pronto a finire il lavoro.

“Dottore, Dottore, no, no, non va affatto bene così, vuol per caso morire?”

Bogdanov si accucciò, per parlargli faccia a faccia “Conosco ciò che prova per questa ragazza, crede per caso che mi possa sfuggire qualcosa di quel che accade qui dentro?”

Gli mise una mano sotto il bracco e lo tirò su, lo rimise in piedi senza fatica, mentre Arthur ancora doveva riprendere fiato; poi con una finta gentilezza, tolse il fazzoletto dal taschino e gli pulì il vestito con gesti vistosi.

“Ho detto a tutti i miei uomini di prestare attenzione al nettare.” Rise, di un riso fragoroso ed indifferente “Checche, usare una droga per farsi una scopata” scosse la testa.
“Ma sai come è, alcune di loro se lo portano da sole, se lo passano, lo spacciano, con il nettare fanno più soldi, fanno scopare anche i finocchi” Arthur era perplesso ed ancora furioso, anche tu ci guadagni di più, pezzo di merda, pensò stringendo i denti e Bogdanov se ne accorse, sembrava leggergli nel pensiero.

“Mi scusi signor Bogdanov” parlò a fatica, premendosi le costole con entrambe le mani “Ha ragione, non sarei dovuto scattare in quel modo" respirò profondamente per completare la frase ed il dolore si diffuse in tutto il corpo. "Mi scusi ancora. Ma io devo sapere chi ha fatto questo, mi dica cosa devo fare per sapere chi è stato. Farò tutto ciò che vuole.”

“Oh, oh, affari. Mi piacciono gli affari”. Era un predatore, non una preda, se avrebbe guadagnato da un affare, l’avrebbe concluso. “I tuoi servizi costano molto, dottore. Ma i soldi per me non sono un problema. Però mi potresti essere utile per un'altra cosa. Sei disposto a tutto, no?”

Arthur ci pensò su, sapeva che si sarebbe messo pericolosamente in gioco, ma non poteva fare altro, “Si sono disposto a tutto”

“Bene, riceverai una telefonata al momento opportuno. Ed adesso dimmi, cosa vuoi sapere?” Era sicuro, nessuno si sarebbe rimangiato la parola con lui, certamente non uno come Arthur.
“Marelyn non usava il nettare, e…”
“Hai ragione, la dolce Marelyn non usava quella roba, bastava il suo sorriso a renderlo duro ai clienti" si passò la lingua sulle labbra ricordando "ma i miei uomini non hanno potuto perquisire il cliente di ieri sera”
“Perché no?” Lo guardò interrogativo Arthur.
“Era un poliziotto, un uomo di Tylor. E sai com’è, loro fanno dei piaceri a noi, e noi facciamo dei piaceri a loro”
“Il suo nome?”

La risposta arrivò ed Arthur iniziò a pensare, rimuginare. La vendetta covava dentro di lui, calda, bollente, incendiava il suo freddo animo mentre si prendeva cura del corpo inanime di Marilyn.


Messaggio modificato da xarabas il 14 Jan 2019, 12:25
 
xarabas
messaggio14 Jan 2019, 02:17
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Una storia di nettare – Capitolo quattro

Qualche giorno dopo, in tarda serata, il telefono del dottor Groding squillò.
Una voce con spiccato accento russo al di là dalla cornetta parlò immediatamente:

“Vada al numero 3 di Folsom Street, una persona ha bisogno delle sue cure. Si ricorda il caso del signor Lorenz Smith?”

Come poteva dimenticare Lorenz Smith. Era stato radiato per quel caso. L’aveva fatto morire, forse intenzionalmente?, durante l’operazione.

“Chi è questa persona?”

“click, tu tu tu tu tu tu…”

Messaggio modificato da xarabas il 14 Jan 2019, 12:26
 

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