Cestinando il Trash del TRS-80
The Digital Antiquarian (traduzione ufficiale italiana)

Nel 1980 il panorama dei microcomputer appariva molto diverso rispetto ai tempi in cui la “trinità del 1977” irruppe sulle scene. Per gli hacker e gli altri utenti pionieri che ne avevano decretato il successo, il TRS-80 era un passo verso la sanità mentale (almeno rispetto alle follie da saldatori di chi si era costruito l'Altair in garage partendo da degli schemi e da un ammasso sciolto di chip), ma... si trattava proprio solo di un passo. Possedere e far funzionare un computer era ancora costoso e difficile, e alla domanda che era sulle labbra di mogli e fidanzate di tutta la nazione ("Ma, esattamente... a che serve?") in realtà non c'era ancora alcuna risposta veramente convincente. Tuttavia già nel 1980 le cose iniziavano a cambiare, quanto basta almeno perché dei segmenti di popolazione iniziassero ad acquistare computer non per il mero fascino della tecnologia in sé, ma piuttosto per ciò che la tecnologia avrebbe permesso loro di realizzare. E questo per merito del lavoro di tutti quegli utenti pionieri, che avevano hackerato come pazzi per creare delle cose utili che avessero potuto giustificare il tempo investito secondo gli standard dell'economia di mercato (e cioè in termini di dollari e centesimi), il tutto per potersi così permettere altro tempo per... hackerare ancora.

Oggi la più celebrata di queste prime "killer application" (tale, forse, per essere comparsa nel documentario  The Triumph of the Nerds) è VisiCalc, il foglio di calcolo il cui approccio di base è ancora oggi echeggiato da quel Microsoft Excel che tutti noi conosciamo e amiamo (?). Introdotto alla fine del 1979, VisiCalc ha dato ai commercialisti, ai piccoli imprenditori, e perfino agli utenti comuni delle ragioni per possedere un microcomputer: che fosse per calcolare le tasse, o per preparare le fatture, o anche solo per tenere il saldo del blocchetto degli assegni. Ma ci sono anche altri esempi. Il primo rozzo programma per scrittura si chiamava The Electric Pencil, ed era perfino antecedente alla “trinità del 1977”, essendo apparso nel Dicembre 1976 per i primissimi computer assemblati a partire da un kit. Ci volle però WordStar per rifinire il concetto di programma di scrittura in uno strumento flessibile e abbastanza potente da poter rimpiazzare le costose macchine da videoscrittura che al tempo della sua pubblicazione nel Settembre 1978 occupavano ancora le scrivanie di tutte le segretarie della nazione. Invece dBase (il primo database relazionale programmabile per i microcomputer) fece la sua comparsa nel 1979. E poi, anche se venivano menzionati apertamente solo raramente come una buona ragione per acquistare uno dei primi computer, c'erano i giochi, sempre presenti come una sorta di piacere proibito e segreta motivazione all'acquisto. Nel 1980 i giochi per computer erano ancora grezzi e limitati, ma crescevano a passi da gigante (sia nelle ambizioni che nelle vendite) mano a mano che spuntavano i primi publisher specializzati nell'entertainment (come la  Adventure International) e che i nuovi microcomputer (molto più adatti al gioco) iniziavano ad apparire sulla scia dello scalpore suscitato dalla console Atari VCS, che iniziò a diffondersi sul serio in tutta la nazione durante il periodo delle feste del 1979.

Ah, sì, le nuove macchine. Mano a mano che le nuove applicazioni mostravano quanto potevano essere utili e/o divertenti i computer, sia a lavoro che a casa, e mano a mano che le vendite rispondevano di conseguenza, tanti nuovi attori si affrettavano a gettarsi nel mercato. Alcuni, come lo Exidy Sorcerer e il Texas Instruments 99/4, vi trovarono ben poche soddisfazioni, diventando solo delle note al margine e degli oggetti per il moderno collezionismo. Altri invece portarono con sé dei significativi sviluppi tecnologici e culturali. Prima o poi ci occuperemo di loro, ma in questo articolo lasciate che provi a mettere un po' di ordine (vale a dire a costruire alcune categorie) nel pazzo intreccio dei microcomputer disponibili al pubblico nel 1980. Stranezze come il TI 99/4 (il primo microcomputer a 16 bit del mondo, basato su una CPU ideata dalla stessa Texas Instruments) a parte, la maggior parte dei computer erano basati su due CPU distinte, entrambe con architetture a 8 bit.

Erano l'Intel 8080 (il chip al cuore dell'originale "computer da assemblare" Altair e degli altri suoi contemporanei) e lo Z80 (una CPU per lo più compatibile prodotta dalla Zilog, che tuttavia offriva un design più flessibile ed efficiente); questo ultimo -come forse vi ricorderete- era il chip che la Tandy aveva scelto per il suo TRS-80. Al di là del TRS-80, che rimase nel bene e (come vedremo tra poco) nel male una cosa a parte, queste macchine generalmente montavano il primo sistema operativo "platform-agnostic" [tecnologicamente neutrale] ad ampia diffusione: il CP/M (Control Program for Microcomputers ["Programma di Controllo per Microcomputer"]). Sviluppato da Gary Kildall all'alba dell'era dei microcomputer e pubblicato dalla sua società Digital Research, il CP/M era l'MS-DOS (o, se preferite, il Microsoft Windows) di quest'epoca, uno standard -di fatto, se non ufficiale- che consentiva a un ampio numero di produttori di condividere software e informazioni (a dire il vero ci sarebbe anche un collegamento più tangibile fra CP/M e MS-DOS: a seconda di chi è l'interlocutore, l'MS-DOS originale del 1981 era o "ispirato dal" CP/M o addirittura un'opera di spudorato reverse engineering di quello. Ma su questo argomento torneremo sicuramente in futuro...).
Però, perché un computer potesse far funzionare il CP/M, aveva bisogno di due cose: di una CPU Intel 8080, o Zilog Z80, e di un certo design standard del bus per le comunicazioni con i  "disk drive" e le altre periferiche, noto come S-100; un design che risaliva al primo Altair. (AGGIORNAMENTO: Come giustamente segnalato da Jonno nei commenti, strettamente parlando l'S-100 non era un requisito necessario per far funzionare il CP/M).

Il CP/M, e le architetture basate sulle CPU Intel e Zilog su cui funzionava, divennero l'ambiente standard per i microcomputer "seri" della fine degli anni '70 e dell'inizio degli '80, quelli cioè utilizzati dalle piccole e medie imprese.  Fu su questi computer che nacquero WordStar e dBase, e che vi approdò rapidamente anche VisiCalc (pur se concepito sull'Apple II). Il CP/M tuttavia non aveva alcuna capacità grafica e aveva solo un supporto limitato per le operazioni in tempo reale, risultando di conseguenza una piattaforma difficile da usare per molti tipi di giochi e perfino per i programmi educativi. E poi si affidava alla presenza di almeno un "disk drive" sulla piattaforma che lo ospitava, in un periodo in cui tendevano a essere molto costosi. Questi fattori fecero sì che il CP/M e l'8080 fossero poco adatti per essere impiegati nei computer meno costosi, e solitamente funzionanti a cassette, destinati agli utenti domestici.  Quella fascia di mercato era dominata da un'altra architettura hardware: la CPU 6502 delle MOS Technologies.

Quando il 6502 comparve per la prima volta nel 1975, la MOS era solo un minuscolo produttore indipendente di chip, ma le cose erano destinate a cambiare quando la Commodore acquistò l'intera società nel 1976. Questa mossa (una delle più astute mai fatte da Jack Tramiel, il capo della Commodore), mise la  Commodore nell'invidiabile posizione di guadagnare non solo quando vendeva le proprie macchine come il PET, ma anche ogni volta che un rivale acquistava il 6502 per i suoi prodotti. Tali rivali inizialmente includevano solo la Apple con la linea Apple II e tutta una serie di computer da assemblare tramite kit di svariati produttori; ma anche questo era rapidamente destinato a cambiare.

Non fu però mai sviluppato l'equivalente del CP/M per le macchine basate su 6502; il che comportò che tali macchine restassero sostanzialmente incompatibili le une con le altre. Il BASIC funzionò in parte da "lingua franca", visto che praticamente tutte queste macchine ospitavano nelle loro ROM una versione del BASIC della Microsoft (che era ormai lo standard dell'industria), ma ogni implementazione di tale BASIC era sufficientemente diversa dalle altre da far sì che la maggior parte dei programmi necessitassero comunque di un minimo di ritocchi. E poi, ovviamente, quando ci si spostava dal BASIC al linguaggio assembly per sfruttare al meglio tutto quello che il 6502 aveva da offrire (e in particolare grafica e sonoro, capacità che oltretutto variavano enormemente da modello a modello), si doveva sostanzialmente riprogrammare tutto da zero per ogni macchina che si voleva supportare. Erano tempi folli, anche se con l'attuale [era il 2011; ndAncient] proliferazione di device mobili incompatibili fra loro, lo scenario inizia nuovamente ad assomigliare a quello del 1980.

Tuttavia quello che l'universo del 6502 perdeva in compatibilità, di certo lo acquistava in flessibilità. Liberi dal gravoso compito di dover lavorare con un sistema operativo relativamente complesso e inefficiente come il CP/M, i programmatori avevano molto più controllo su queste macchine, potendo manipolare direttamente ogni elemento dell'hardware per ottenere la massima efficienza. Inoltre le macchine basate sul 6502, generalmente indirizzate ai mercati domestici e educativi, erano tendenzialmente dotate di capacità grafiche e sonore, che erano invece del tutto assenti nell'universo spoglio e testuale del CP/M; l'Apple II per esempio era l'unico membro della “triade del 1977” a supportare una grafica bitmap vera e propria; ma di questo argomento inizierò a parlare in maggior dettaglio nel mio prossimo articolo.

Ora forse vi starete chiedendo in tutto questo dove fosse finito il TRS-80, che di diritto non apparteneva a nessuna delle due categorie appena descritte. Anche se il TRS-80 era costruito sulla CPU Z80, Radio Shack per spilorceria aveva scelto di non implementare il design del bus S-100 (AGGIORNAMENTO: Come accade di quando in quando da queste parti, quest'ultima affermazione non è corretta. In realtà il problema è relativo alla "memory map" del TRS-80, nella quale la ROM veniva prima della RAM; mentre invece una macchina CP/M richiedeva l'opposto. I miei ringraziamenti a Jonno per avermelo fatto notare nei commenti di questo post).  Questo lo rendeva incompatibile con il CP/M. Nonostante l'enorme successo dei primi anni e nonostante avesse ancora la base di installato più ampia di qualunque altro microcomputer, il futuro del TRS-80 era (almeno col senno di poi) già offuscato nel 1980. La sua incompatibilità con il CP/M lo tagliava fuori da tutta la base del software professionale in netta espansione su quel sistema operativo. E poi, nonostante il prezzo abbastanza conveniente del TRS-80, la reputazione di Radio Shack di essere fornitori di spazzatura a buon mercato per le masse faceva ben poco per attrarre gli utenti "business" e -nel classico scenario del gatto che si morde la coda- a sua volta l'assenza di utenti "business" scoraggiava gli sviluppatori dal convertire i loro prodotti dal CP/M alla piccola macchina stravagante della Tandy. A questo si aggiunge il fatto che anche nell'altra metà del mercato dei microcomputer (e cioè nel mondo delle macchine da gioco e dell'informatica hobbistica, dominato dal 6502) il TRS-80 sembrava sempre più inadeguato a causa della sua assoluta mancanza di grafica e sonoro. L'arrivo dell'Atari 400 e dell'Atari 800 (due macchine piene di colori, basate sul 6502, e con capacità grafiche e sonore stupende per il tempo) e, poco dopo, all'inizio del 1981, del Commodore VIC-20 (una macchina con assai meno capacità al confronto, ma comunque dotata di grafica a colori e sonoro, e venduta ad un prezzo che non aveva precedenti) erano presagi particolarmente infausti.

Per quanto la saggezza di molte delle sue scelte fosse quantomeno discutibile, la Tandy se non altro non rimase inerme di fronte a questi sviluppi. Rilasciò infatti un gran numero di nuovo macchine, nessuna della quali però si avvicinò nemmeno lontanamente a recuperare la quota di mercato di cui godeva il TRS-80 alla fine degli anni '70.

La Tandy uscì con una nuova macchina chiamata TRS-80 Model 2 (il primo TRS-80 fu retroattivamente rinominato Model 1) a fine 1979. Il Model 2 era progettato per catturare il mercato aziendale che stava saltando a piè pari il Model 1; veniva venduto con i "disk drive" integrati e implementava correttamente il bus S-100 bus includeva una ROM di tipo bank switching, che gli consentiva di far girare il CP/M. Ma era anche una macchina molto più costosa del Model 1 e, cosa che era ancora peggio, del tutto incompatibile con esso. Grazie al tipico scarso acume per il marketing di Radio Shack, alla loro passione per le linee goffe e pacchiane unite a un prezzo molto alto, il Model 2 non fu un successo nel mercato "business" e al contempo la sua incompatibilità lo rese scarsamente appetibile anche per chi già possedeva un Model 1.

Il Model 3, che doveva rimpiazzare il Model 1 nell'estate del 1980, fu quasi un passo obbligato per Radio Shack. Il Model 1 infatti emetteva talmente tante interferenze radio che, in un classico esempio di sconfinata ingenuità tipica della prima era dei microcomputer, la gente iniziò a scrivere programmi che manipolando la memoria producessero musica utilizzando l'interferenza prodotta dal TRS-80 su una radio a transistor nelle vicinanze. Le nuove regole della FCC [la Commissione Federale per le Comunicazioni] del 1981 costrinsero Radio Shack a costruire un adeguato schermo per le interferenze radio, rovinando per sempre tutto quel divertimento. Oltre a risolvere questo problema, il Model 3 presentava anche una versione leggermente più veloce dello Z80 e (evviva!) fra le varie migliorie c'era anche il supporto per delle vere lettere minuscole sia in fase di input che di output. Non fece invece niente per migliorare le magre capacità di visualizzazione del Model 1. E, nel tipico balletto da un passo in avanti e due indietro che sembrava contraddistinguere sempre Radio Shack, il Model 3 era ottimisticamente definito come "compatibile all'80%" con il Model 1, nonostante ancora una volta l'assenza del bus S-100  la sua progettazione non gli consentisse di far girare il CP/M. A questo punto Radio Shack, autentico genio del marketing, aveva tre macchine separate, tutte etichettate come TRS-80, ognuna parzialmente o interamente incompatibile con le altre. Provate a immaginare cosa significava cercare di capire quale era il software compatibile con la vostra versione della macchina...

E -incredibile a dirsi!- nel 1980 fu rilasciato ancora un altro TRS-80 completamente incompatibile con gli altri, questo però si rivelò il più significativo di tutti. Anche se ufficialmente si chiamava TRS-80 Color Computer, era radicalmente diverso da tutto ciò che si era visto fino ad allora: costruito intorno a quella che probabilmente era la CPU a 8 bit più avanzata mai prodotta, il nuovo Motorola 6809E. Come tanti altri sistemi della Radio Shack, esso coniugava un potenziale interessante a delle debolezze sconfortanti. Gli aspetti positivi erano il potente 6809E e un Microsoft BASIC avanzato che gli fece conquistare i favori dei programmatori per hobby; fra gli aspetti negativi c'erano le sue capacità sonore e grafiche che, seppur un passo sopra agli altri modelli di TRS-80, non lo rendevano ancora competitivo con i modelli nuovi e in arrivo di compagnie come Atari e Commodore. Nonostante questo, il CoCo  -come venne presto chiamato amichevolmente [abbreviando il nome di "Color Computer"; ndAncient]- fece bene nel lungo periodo, durante il quale restò costantemente lontano dalla portata dei radar del mercato mainstream (incapace di attirare poco o niente in termini di giochi e di applicazioni da parte della maggior parte dei  publisher e perfino da parte della stessa Radio Shack), ma riuscì a sopravvivere eleggendosi a prodotto di culto dell'industria e sostenendosi grazie a una base utenti che si rivelò leale fino al fanatismo. La linea del CoCo uscì di produzione solo nel 1991.

Ci sarebbero moltissime altre storie interessanti da raccontare in merito agli stravaganti piccoli computer di Radio Shack, ma la verità è che nessuno di loro riuscì mai nemmeno lontanamente ad avvicinarsi al dominio dell'industria che fu del TRS-80 Model 1 in quei primissimi anni. In verità però va detto che lo stesso Model 1 era divenuto così popolare perché era ampiamente disponibile (in un tempo in cui i canali di distribuzione degli altri marchi erano quasi inesistenti) e perché il suo prezzo era assolutamente ragionevole, e non tanto in virtù delle sue eccellenti qualità tecniche. Il TRS-80 in realtà non era poi così diverso dagli altri prodotti di Radio Shack: nella sostanza faceva ciò che doveva fare, solo che lo faceva nel modo meno cool e meno sexy immaginabile. Tuttavia seppe stimolare l'industria degli home computer e portò i giochi di avventura nelle case della gente per la prima volta; ma nel 1980 era già superato.

Quindi ora non ci resta che cestinare tutto il TraSh del TRS-80 e passare oltre. La prossima volta esamineremo la macchina creata dalla società che è poi riuscita a definire tutto ciò che nella tecnologia è cool e sexy. Sì, sto parlando proprio di quei due ragazzini impavidi nel loro garage in California.

The Digital Antiquarian è un blog, scritto da Jimmy Maher, che si occupa di storia e di cultura del videogioco partendo dall'analisi di singoli videogiochi. OldGamesItalia è lieta di presentarvi la traduzione italiana, autorizzata dall'autore!
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Traduzione a cura di: The Ancient One
Editing a cura di: Festuceto

Articoli precedenti:

Sulle tracce di The Oregon Trail
In difesa del BASIC
A Caccia del Wumpus
L'Avventura di Crowther
TOPS-10 in a Box
L'Avventura completata
Tutto il TRaSh del TRS-80
Eliza
Adventureland
Dog Star Adventure
Qualche domanda per Lance Micklus
Un 1979 indaffarato
The Count

Due diverse culture di avventurieri
Microsoft Adventure
La Narrativa Ludica già nota come Storygame
L'Ascesa dei Giochi Esperienziali
Dungeons And Dragons
Una Definizione per i Giochi di Ruolo per Computer
Dal Tavolo al Computer
- I Primi Giochi di Ruolo per Computer
- Temple of Apshai
- Un 1980 Indaffarato
- L'Interactive Fiction di Robert Lafore


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L'Interactive Fiction di Robert Lafore
The Digital Antiquarian (traduzione ufficiale italiana)

Domanda veloce: chi ha coniato per primo il termine interactive fiction? E perché?

Presupponendo che sappiate la risposta e presupponendo che anche voi siate dei tipetti loquaci come me, probabilmente avrete risposto qualcosa del genere:

Il termine ha avuto origine molti anni dopo la nascita del genere che descrive, all'inizio degli anni 80, con una società chiamata Infocom. A quel tempo i giochi di questo tipo erano comunemente noti come "giochi d'avventura" o "avventure testuali", con quest'ultimo termine che serviva a distinguerle dai giochi narrativi con grafica che stavano iniziando a spartirsi il mercato con i titoli meramente testuali. A dire il vero entrambi i termini sono usati comunemente ancora oggi, anche se ormai connotano un genere piuttosto "old-school", che pone la maggior parte della sua enfasi sugli aspetti ludici, invece che sulle potenzialità letterarie di questa tipologia. La Infocom decise che "interactive fiction" era il termine che descriveva meglio il suo obbiettivo di creare una vera e propria nuova forma di letteratura e -dopo la fine di questa società- di quel termine se n'è appropriata la moderna comunità di storyteller testuali (che da molti punti di vista si considerano gli eredi della tradizione della Infocom).

Questo è ciò che ho scritto cinque anni fa [era quindi il 2006 NdT] nella mia storia dell'interactive fiction. Credo che descriva ancora piuttosto bene il motivo per cui la Infocom ha rimpiazzato il termine "avventura testuale" con IF; tuttavia questa risposta non è accurata almeno da un importante punto di vista: il termine non è stato creato dalla Infocom. È stato infatti coniato da un tizio chiamato Robert Lafore, che aveva fondato una società omonima nel 1979 e che aveva pubblicato software dal 1980 al 1982 attraverso la Adventure International di Scott Adams. Quando Lafore arrivò alla  Adventure International, aveva già tre titoli pronti: Local Call for Death e Two Heads of the Coin sono due gialli palesemente ispirati rispettivamente a Lord Peter Wimsey di Dorothy L. Sayers e allo Sherlock Holmes  di Arthur Conan Doyle, mentre invece Six Micro-Stories ci presenta sei brevi storielle con ambientazioni e generi diversi fra loro. Più o meno nel corso dell'anno successivo ne scrisse altre due: His Majesty’s Ship Impetuous (nello spirito dei romanzi di Horatio Hornblower di C.S. Forester) e Dragons of Hong Kong (nello spirito dei gialli orientali di Fu Manchu, scritti da Sax Rohmer).

Per comprendere l'idea che aveva Lafore dell'interactive fiction, iniziamo con l'analizzare il materiale pubblicitario dei suoi giochi. Dopo averci chiesto di "entrare in una nuova dimensione della letteratura", la pubblicità della Adventure International proseguiva così:

Tradizionalmente la letteratura è stata un medium a senso unico. Le informazioni scorrevano dal racconto al lettore; punto. L'interactive fiction cambia tutto questo, consentendo al lettore di partecipare attivamente alla storia.

Il computer ti presenta la scena: una situazione fittizia, che apprendi leggendola dal terminale. A quel punto tu diventi il personaggio della storia: quando viene il tuo turno di parlare, tu scrivi la tua risposta. Il dialogo con gli altri personaggi, e perfino la trama, a quel punto dipenderanno da ciò che dirai.

Wow. Nessun altro "gioco" per computer prima di allora aveva osato confrontare la propria storia con quella di un romanzo. Il testo di cui sopra, tenuto distinto dal programma vero e proprio che affermava di descrivere, ci mostra una vera visione del futuro della narrativa ludica.

Ma come sa chiunque abbia un minimo di esperienza con le pubblicità dei primi giochi per computer, la realtà spesso non coincideva con la retorica pubblicitaria, con quest'ultima che spesso sembrava più rappresentare un'aspirazione che il prodotto vero e proprio, corrispondendo più al gioco che gli autori avrebbero voluto creare piuttosto che ai limiti tecnici imposti dai processori a 8 bit e alle loro minuscole memorie.

Ecco qui una partita completa della prima delle sei storielle di Six Micro-Stories: “The Fatal Admission”:

The Fatal Admission

 

Una coraggiosa avventura nel cuore del Terzo Reich

È l'oscuro Inverno del 1942, dalla Manica fino al Caucaso l'aquila nazista stringe l'Europa in un pugno di ferro. Tu sei Jimmy Maher, un americano che lavora per l'O.S.S., la nostra agenzia di spie super-segreta. Ti hanno paracadutato nel cuore del Terzo Reich di Hitler, dove la tua missione è ottenere informazioni in qualunque modo.
Cortese e pieno di risorse, non hai difficoltà a convincere i nazisti che sei il colonnello Hans Braun, un asso pluri-decorato della Luftwaffe. Ti muovi liberamente ai più alti livelli della società nazista, dove apprendi incredibili segreti sui nazisti, che poi comunichi a Washington via radio.

Tutto va alla perfezione e sei certo che la tua copertura sia assolutamente sicura, finché una sera non ti ritrovi a una sontuosa cena di gala, proprio davanti al temibile Ammiraglio Kurtz, capo della Gestapo.
Ti fissa con un penetrante sguardo blu di ghiaccio e per la prima volta inizi a preoccuparti. Possibile che sappia chi sei veramente? O forse lo sospetta e basta?

ADMIRAL KURTZ: Und so, Colonel Braun, si sta divertendo?

("Colonel Braun" in realtà è ovviamente Jimmy Maher)

MR MAHER: _

MR MAHER: Molto, grazie

ADMIRAL KURTZ: Mi fa piacere sentirlo, Colonnello. Mi dica, se ho capito bene, lei è con la 57esima Squadriglia di Dusseldorf. Per caso conosce il Capitano Eiderdown? È un mio vecchio compagno di scuola.

(Ti fissa di nuovo con il suo sguardo di ghiaccio. Perché te lo chiede? È una specie di trappola? Adesso vorresti esserti candidato per un compito meno pericoloso, tipo i sommergibili.)

MR MAHER: _

MR MAHER: Mi dispiace, non lo conosco.

ADMIRAL KURTZ: Non mi sorprende, visto che non esiste una persona con quel nome. Ma non c'è nemmeno un 57esimo Squadrone, né a Dusseldorf, né altrove. Eppure lei, Colonnello, ha lasciato intendere che esistesse!!! Credo che lei sia un impostore, Colonnello, e per quanto lei sia stato un perfetto commensale, temo di doverla mettere sotto arresto. Guardie!!! Arrestate quest'uomo. È un nemico del Reich.

Vieni trascinato via dai soldati con le temute insegne della testa della morte delle SS sulle loro sinistre uniformi nere, e all'alba vieni giustiziato.

(PREMI -ENTER- PER PROSEGUIRE)

È doveroso precisare che questa non è l'opera migliore di Lafore; cercherò quindi di essere clemente. Mettiamo da parte il fatto che un ammiraglio sarebbe potuto essere solo nella Kriegsmarine e non nella Gestapo, oltre al fatto che evidentemente Lafore non conosce minimamente il tedesco. E lasciamo pure da parte l'illogicità della premessa della svolta nella storia (se davvero ho impersonato il Colonnello Braun per così tanto tempo, come è possibile che non sappia a quale Squadrone appartenevo?). E lasciamo da parte anche l'ingiustizia di dover imparare morendo, che caratterizza l'intera esperienza di gioco. Mi limiterò semplicemente a esaminare come funziona il programma.

A questo punto nessuno di voi resterà sorpreso nello scoprire che il programma non decodifica in nessun modo significativo le risposte del giocatore, ma anzi si limita a ricercare dei semplici schemi all'interno degli input del giocatore, un po' sullo stile di quello che faceva Eliza, ma perfino senza i suoi accorgimenti più sofisticati. Ed è per questo che si rivela inevitabilmente molto semplice far "inciampare" il programma, intenzionalmente o non. Considerate ad esempio la seguente domanda dell'ammiraglio sul Capitano Eiderdown:

MR MAHER: Non solo lo conosco, ma lo adoro!

ADMIRAL KURTZ: Non mi sorprende, visto che non esiste una persona con quel nome.

[...]

(PREMI -ENTER- PER PROSEGUIRE)

Quello che è successo è che il programma ha trovato il "NON" all'interno dell'input del giocatore e quindi ha scartato tutto il resto, presupponendo di essere in presenza di una risposta negativa. Purtroppo non si tratta di un incidente isolato. Proviamo a rispondere di nuovo alla domanda trabocchetto sul 57esimo Squadrone e a sopravvivere a questo passaggio.

MR MAHER: Non esiste nessun 57esimo Squadrone

ADMIRAL KURTZ: Proprio così! La stavo semplicemente mettendo alla prova; spero che mi perdonerà per questa piccola formalità. Vede, figlio mio, lei mi piace. Lei è la persona che stavo cercando come mio corriere personale. Ho molti documenti top secret e sento istintivamente di potermi fidare di lei per la loro consegna. È disposto ad accettare questo incarico?

Ottimo! Ora possiamo accettare il nuovo incarico e apprendere ancora altri succosi segreti dei Nazisti.

MR MAHER: Ne sarei onorato

ADMIRAL KURTZ: Per favore, Colonnello, non meni il can per l'aia. Il tempo è importante. Ho un appuntamento con un bel pilota di carrarmato... Cioè... volevo dire con una bella fraulein. Intende accettare l'incarico, oppure no?

Ooops. Stavolta il programma non è proprio riuscito a comprenderci (che però è sempre meglio di un fraintendimento, credo).

ADMIRAL KURTZ: Per favore, Colonnello, non meni il can per l'aia. Il tempo è importante. Ho un appuntamento con una bella pilota di carrarmato... Cioè, una bella fraulein. Intende accettare l'incarico, oppure no?

MR MAHER: Sì

ADMIRAL KURTZ: Molto bene!!! Inizieremo domani.

Così passi il resto della guerra con questa cornucopia dell'intelligenza militare. Il tuo contributo allo sforzo bellico sarà riconosciuto come insostituibile dal Generale Eisenhower e dopo la Giornata della Vittoria ti viene riconosciuta dal governo americano una pensione enorme.

Evidentemente le risposte semplici sono le migliori.

Le varie storielle di Six Micro-Stories usano in modo diverso il testo inserito dal giocatore. Forse la più complessa e tecnicamente interessante di questa raccolta è quella chiamata “Encounter in the Park”, nella quale si deve provare a ottenere un appuntamento con una ragazza incontrata per caso al parco. Funziona come una versione con obbiettivo di Eliza, seppure piuttosto primitiva. Qualora la connessione non sia già evidente di per sé, il nome di colei che ci interessa è proprio -ma lo avrete già immaginato- Eliza. 

Svoltato l'angolo davanti a te, lei scivola su un tratto bagnato e cade; in modo abbastanza aggraziato, ma fa cadere i libri che stava portando. È l'opportunità che aspettavi, forse l'opportunità di tutta una vita. Ti lanci in avanti e raccogli i suoi libri, mentre lei si rialza. Noti che uno dei libri è "Coppie" di John Updike.

JIMMY: Ecco a lei, signorina.

LA DONNA: Grazie.
(La sua espressione non è né incoraggiante, né non. La tua prossima affermazione potrebbe essere determinante.)

La soluzione finale è il gelato; basta menzionarlo e Eliza lascia cadere i suoi sofisticati orpelli da lettrice di Updike e precipita in un sottomissione da studentessa (le implicazioni di un tale comportamento in una società paternalistica come la nostra è meglio lasciarle agli esperti di sociologia).

JIMMY: Posso comprarti un gelato?

LA DONNA: Che bello! Adoro il gelato! Dammi un caramellato al caffè e farò tutto quel che vuoi!

La ragazza, palesemente interessata a te, accetta di andare a una lettura di poesie al Caffè No Name. A sera siete già buoni amici. La settimana successiva, dopo aver buttato al vento le vostre vite precedenti, sei disteso accanto a lei su una spiaggia di Bali, dove resterai per sempre in uno stato di cosmica beatitudine.

Un'altra storiella invece è poco più di un quiz a risposta multipla sulla vecchissima questione della definizione di arte.

DOTT. ZEROUGH: Ecco qua la domanda: cos'è l'arte? Risponda con attenzione, Sig. Maher.

MR MAHER: Bellezza.

DOTT. ZEROUGH: Sta facendo un errore fondamentale, Sig. Maher. La maggior parte delle persone concordano che certi fenomeni naturali (come i tramonti) sono belli, eppure quelli non vengono chiamati arte, perché in loro non c'è nessun artista immediatamente riconoscibile. Quindi l'arte può certamente essere bella, ma non c'è nessuna connessione necessaria fra arte e bellezza.
Mi dispiace, ma non posso promuoverla in questo esame. In bocca al lupo con le lezioni di composizione floreale.

E poi c'è quella nichilistica, in cui qualunque cosa noi scriviamo non fa alcuna differenza:

Voli alla latitudine e longitudine di Chicago, ma anche lì c'è solo l'oceano sotto di te e il silenzio su tutte le frequenze radio.
Decidi quindi che è giunto il momento di fare  un qualche annuncio appropriato ai passeggeri. Attivi l'altoparlante e prendi il microfono.

CAPITAN MAHER: Sembra che...

Prima che tu abbia finito di parlare, l'intero aeroplano (inclusi te, la ciurma, e i passeggeri) svanisce nel nulla, lasciando solo il mare strano e vuoto.

Quando ha scritto questa, Lafore o era di cattivo umore, oppure era giunto a una qualche verità esistenziale che il resto di noi non può sopportare di conoscere – scegliete voi.

Ma queste sono eccezioni. Se guardiamo oltre il parser, per studiare le opzioni a disposizione del giocatore (sia lodato il BASIC!), scopriamo che il resto delle storielle -oltre alle infinitamente più appetibili storie complete- sono in realtà delle narrazioni a scelta multipla in cui il giocatore può scegliere (solitamente) da due o (sporadicamente) tre, quattro, o cinque opzioni, sempre e solo in una serie di punti decisionali predefiniti. In altre parole queste in realtà sono storie del tipo  "choose-your-own-adventure" / narrativa iper-testuale / narrativa basata su scelte (scegliete voi il termine che preferite). Sono molto più simili ai Librigame (che nel 1980 già iniziavano a inondare le librerie) di quanto non lo siano alle avventure testuali di Scott Adams, o -tanto più- all'interactive fiction che la Infocom avrebbe iniziato a pubblicare di lì a poco. È solo che la loro vera natura è oscurata dal frustrante "parser" stile Eliza, che ci costringe a un ulteriore strato di congetture a ogni decisione che dobbiamo prendere. Ovviamente si può anche spendere qualche parola a favore del parser: almeno teoricamente infatti permettere al giocatore di prendere decisioni "con le proprie parole" potrebbe essere funzionale al farlo immedesimare ancora di più con la storia e il ruolo che vi svolge; in pratica però i fraintendimenti sono talmente tanto numerosi da farci dimenticare qualunque aspetto positivo.

Per farvi vedere quanto ridicolamente posso spingermi in là pur di dimostrare di aver ragione, ho reimplementanto His Majesty’s Ship Impetuous  (che considero la migliore fra le storie lunghe di Lafore) utilizzando il sistema ChoiceScript (ok, è vero, effettivamente avevo già maturato la decisione di provare  ChoiceScript, e questo progetto si è rivelato la scusa perfetta...). Se vi va di giocarlo, scoprirete che in questa forma è un'opera ben più completa e soddisfacente di quelle che ho illustrato sopra, seppur non del tutto priva di alcuni dei loro problemi di design (infatti, per ottenere un risultato ottimale, è comunque necessario imparare dai propri errori letali). La scrittura di Lafore resta comunque acuta e perfetta per il genere, e la storia nel suo complesso è ben ideata: essa rappresenta probabilmente il pezzo di narrativa scritto con maggior competenza che avesse mai ornato gli schermi di un computer al 1980. E le sue ottime qualità risaltano ancora di più una volta liberate dagli orpelli stile Eliza. Senza considerare poi che è un titolo storicamente molto più interessante se osservato in questa luce, considerato che la narrativa a scelta multipla non era ancora arrivata sui computer prima dell'opera di Lafore.

Non voglio nemmeno provare a formulare una teoria dettagliata della narrativa a scelta multipla, anche perché Sam Kabo Ashwell lo sta già facendo, un passo alla volta, in una stupefacente analisi di varie opere di questo genere – una serie che non teme confronti con niente di quello che potrei direi io in questa sede. Voglio però sottolineare che la narrativa a parser e quella a scelta multipla sono molto diverse fra loro, nonostante siano continuamente confuse; il primo a fare questo errore fu forse proprio Lafore, ma di certo non è stato l'ultimo. Per esempio il newsgroup su Usenet che è stato per tanti anni il centro della discussione sull'IF (rec.arts.int-fiction) fu fondato in origine da degli appassionati di ipertesti, per poi essere invaso e cooptato dal popolo delle avventure testuali. E ancora oggi anche l'interessantissimo progetto Varytale [ormai defunto: ndAncient] si definisce "interactive fiction". La  Choice of Games non si spinge tanto in là, ma incoraggia comunque attivamente i suoi autori a presentare i loro giochi scritti in ChoiceScript alle competizioni di IF; il che personalmente non mi infastidisce più di tanto, ma contribuisce forse  a portare due insiemi diversi di aspettative in rotta di collisione, senza che nessuno dei due ne abbia un vero vantaggio.

La principale differenza formale fra i due generi sta nella granularità delle scelte offerte al giocatore. L'IF basata sul parser si sviluppa tramite “micro azioni”: raccogliere e lasciare oggetti, spostarsi da uno spazio circoscritto a un altro, armeggiare con quel lucchetto esattamente nel modo giusto per far aprire la porta. La narrativa basata su scelte multiple invece si sviluppa (quando è eseguita al meglio) tramite grandi decisioni distintive: scendere in guerra con l'Eastasia o con l'Eurasia, provare a cercare un modo per rientrare nella Caverna del Tempo oppure rinunciarci. Anche quando le scelte che ci vengono presentate hanno una granularità apparentemente simile a un'opera di IF a parser (come quando si tratta di scegliere se svoltare a sinistra o a destra nel dungeon che stiamo esplorando), a tali scelte devono comunque seguire delle vere conseguenze. Una singola scelta in una narrativa basata su scelte multiple può racchiudere in sé l'equivalente di migliaia di turni di un'opera di IF a parser – o anche un intero gioco. Quando gli autori combinano insieme una struttura basata sulle scelte con un livello di granularità da IF a parser, i risultati sono quasi sempre sfortunati: guardate per esempio Trap Cave della IFComp del 2009 (che ha cercato di incastrare l'esplorazione di una caverna in stile Adventure in un formato a scelte multiple), oppure  guardate l'analisi di Ashwell del librogame Fighting Fantasy. Una narrativa a scelta multipla per avere successo deve necessariamente dare al suo giocatore una vera “agency” sulla narrazione – e lo deve fare a un livello alto e autenticamente distintivo, permettendo di scegliere la direzione in cui si muove la trama. L'interactive fiction basata sul parser non ha un tale limite; può accontentarsi di lasciare il giocatore allegramente alla prese con i dettagli, mentre lo guida per mano lungo un arco narrativo sostanzialmente su binari.

Poiché possono raccontare larghi archi di storia in un balzo, potremmo essere tentati di concludere che i giochi basati su scelte multiple consentano di narrare storie più profonde e più ricche. In un certo senso questo è vero, specie nel contesto del 1980: allora sarebbe stato impossibile racchiudere anche solo il 10% della storia di His Majesty’s Ship Impetuous in un gioco sullo stile di quelli di Scott Adams. È anche vero però che le narrazioni a scelta multipla generalmente non vertono tanto sullo sfidare il giocatore con enigmi e dilemmi tattici, quanto piuttosto sull'esperienza “pura” della storia. Dave Albert, un recensore dell'epoca di His Majesty’s Ship Impetuous  -che scriveva per la rivista SoftSide-, molto argutamente ha rilevato le seguenti qualità, e nel farlo ha riassunto bene anche le gioie della narrazione a scelta multipla e alcune delle frustrazioni legate alla primissima implementazione della stessa che ne fece Lafore:

Lafore ha provato a scrivere una storia aperta, con diversi possibili finali, e ha provato a strutturarla in modo tale che il lettore/giocatore non sia consapevole dell'importanza delle decisioni che prende. Se nelle storie precedenti al giocatore era permesso fare qualunque domanda gli venisse in mente (spesso con risultati incongrui e confondenti), in Impetuos ci vengono presentate solo decisioni del tipo "sì/no". Non si può aggirare in alcun modo questa struttura e per il programma è un bene che sia così. Non ci sono enigmi da risolvere, ma solo una storia da sviluppare. Il fine ultimo è sopravvivere e a stabilire se ci riuscirete saranno le decisioni che prenderete. Tuttavia non potete sapere in anticipo qual è la condotta che può garantirvi il successo. Nel programma ci sono abbastanza passaggi critici (decisioni) da mantenervi nell'incertezza delle conseguenze delle vostre azioni anche dopo numerose partite. Il che aumenta di moltissimo il valore del programma.

Non definirei così positivamente come fa Albert tutte le specifiche scelte di design presenti in Impetuous, ma credo che nel complesso la sua riflessione stia in piedi. Le opere a scelte multiple incoraggiano il giocatore a guardarle dall'alto, come un burattinaio che manipola non solo i fili del burattino, ma anche quelli della trama vera e propria; notate che non a caso Impetuous è scritto in terza persona passato.  Il giocatore manipola la storia, ma non sempre si sente DENTRO la storia. Alcune delle ultime opere a scelta multipla hanno addirittura definitivamente separato del tutto il giocatore da un suo avatar dentro il mondo di gioco. L'IF a parser invece eccelle nel metterti PROPRIO DENTRO LA STORIA, immerso nella realtà virtuale che stai esplorando.

Entrambi gli approcci sono validi per raccontare tipi diversi di storie, per creare tipi diversi di esperienze; ed entrambi possono essere usati in modo terribilmente sbagliato. Troppe opere a scelta multipla fanno sentire il giocatore così separato dall'azione da fargli smettere di essere coinvolto in ciò che succede (questo è -mi duole ammetterlo- esattamente come mi sento io quando gioco anche i più moderni fra i giochi ChoiceScript, ed è questa la ragione principale del perché il mio cuore appartiene fermamente al campo dei giochi a parser); troppe opere a parser, specialmente le prime, sono invece talmente rognose da risultare soltanto frustranti.

Senza le frustrazioni del parser, Impetuous è un'opera che funziona abbastanza bene, scritta con un adeguato livello di astrazione per la forma della narrativa a scelta multipla utilizzata. Se anche molte delle sue scelte sono in realtà false (perché non hanno conseguenze vere sulla trama), il gioco riesce a nasconderle bene quanto basta per non farlo comprendere al giocatore, almeno non durante la sua prima partita, mentre al tempo stesso ci sono abbastanza scelte significative da tenere alto l'interesse del giocatore nelle partite seguenti. Ma, soprattutto (e in modo assolutamente sorprendente, specie se consideriamo la struttura dei primi Librigame cartacei [e anche di tanti successivi... ndAncient]), non ci sono scelte arbitrarie e prive di adeguato contesto (svolto a sinistra oppure a destra?), e nessuna scelta che conduce a una morte prematura di punto in bianco. Certo alcune delle sue posizioni etiche sono discutibili (come ad esempio il modo in cui premia il gettarsi a testa bassa nella battaglia, invece di un approccio più ponderato), ma forse questo è anche quello che ci si aspetta dagli stilemi del genere a cui appartiene la sua storia.

Uno degli aspetti più divertenti e/o sconcertati di scrivere questo blog è stato che a volte mi sono trovato a rendere onore a dei pionieri che non hanno alcuna idea di esserlo. Lafore (dopo aver scritto Dragons of Hong Kong) scambiò la sua azienda di “entertainment-software” per una carriera (lunga, ricca di successi, e tutt'ora in corso) come autore di libri tecnici. Sono pronto a scommettere che non ha alcuna idea che il termine da lui coniato così tanti anni fa è ancora vivo e vegeto, mentre le opere in cui lo ha concretizzato sono state in larga parte dimenticate.

Per rimediare almeno in parte a quest'ultimo problema, date un'occhiata alla mia implementazione di His Majesty’s Ship Impetuous. Ritengo che in questo formato funzioni abbastanza bene e che sia più divertente e ben scritta di quanto non ci si aspetterebbe (e il merito di questo, ovviamente, è tutto di Lafore).

Se invece volete giocare le versioni originali di Six Micro-Stories o di His Majesty’s Ship Impetuous, potete fare anche questo.

1. Scaricate il mio "Robert Lafore starter pack".
2. Avviate l'emulatore sdltrs.
3. Premete F7, poi caricate “newdos.dsk” nel floppy drive 0, e quindi o “microstories.dsk” oppure “impetuous.dsk” nel floppy drive 1.
4. Riavviate l'emulatore premendo F10.
5. Al prompt DOS, scivete BASIC.
6. Digitate LOAD “STORY:1″ per Six Micro-Stories; oppure LOAD “STORY1:1” per His Majesty’s Ship Impetuous.
7. Digitate RUN.

La prossima volta darò un'occhiata alla situazione in evoluzione dell'industria dei computer nel 1980 – e inizierò ad eseguire un lesto (si spera) cambio di piattaforma.

The Digital Antiquarian è un blog, scritto da Jimmy Maher, che si occupa di storia e di cultura del videogioco partendo dall'analisi di singoli videogiochi. OldGamesItalia è lieta di presentarvi la traduzione italiana, autorizzata dall'autore!
Se anche voi apprezzerete questo interessantissimo blog, non mancate di visitare la pagina ufficiale (in lingua inglese) e di sostenerlo tramite Patreon.

Traduzione a cura di: The Ancient One
Editing a cura di: Festuceto

Articoli precedenti:

Sulle tracce di The Oregon Trail
In difesa del BASIC
A Caccia del Wumpus
L'Avventura di Crowther
TOPS-10 in a Box
L'Avventura completata
Tutto il TRaSh del TRS-80
Eliza
Adventureland
Dog Star Adventure
Qualche domanda per Lance Micklus
Un 1979 indaffarato
The Count

Due diverse culture di avventurieri
Microsoft Adventure
La Narrativa Ludica già nota come Storygame
L'Ascesa dei Giochi Esperienziali
Dungeons And Dragons
Una Definizione per i Giochi di Ruolo per Computer
Dal Tavolo al Computer
- I Primi Giochi di Ruolo per Computer
- Temple of Apshai
- Un 1980 Indaffarato

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Giochiamo a "Lo Sparviero II" con Leonardo Boselli

Lo scorso venerdì, Leonardo Boselli ci ha mostrato una nuova avventura di Andrea "Tupac" MollicaLo Sparviero II.

L'avventura è ambientata nel 1700 - l'epoca di Lady Oscar, come ci ricorda Leo nel video - e noi siamo stati invitati a un ballo che rivelerà più di un intrigo.

Scarica l'avventura

Bronze

Bronze è un'avventura testuale ambientata nell'universo de La Bella E La Bestia, spingendosi oltre i canoni del film della Disney, ma anzi pescando a piene mani nel grande repertorio (che include anche un altro videogioco) di storie originate dalla fiaba europea (forse attribuibile a Apuleio).

Questa avventura è un'opera di Emily Short, il cui nome appartiene di diritto alla schiera degli autori di interactive fiction più importanti e famosi di sempre. E Bronze si rivela sicuramente all'altezza della fama della sua autrice.
La qualità della scrittura è sempre elevatissima, così come in tutto il gioco non c'è una singola indecisione tecnica o imprecisione o incongruenza. Tutto è perfettamente limato e presentato nel migliore dei modi, facendo raggiungere a questo prodotto amatoriale uno standard qualitativo indiscutibilmente professionale.

Trattasi di un'avventura di stampo abbastanza classico, con circa cinquanta location da esplorare e tantissimi enigmi che richiedono l'utilizzo di oggetti e costanti spostamenti sulla mappa.



Tuttavia (ed è questo forse l'elemento d'interesse principale per questo gioco) è stata posta un'attenzione enorme nel ripulire il gameplay di Bronze da ogni elemento vetusto e frustrante, in un palese tentativo di svecchiare il genere e renderlo fruibile ad un pubblico più vasto. Allora era il 2006 e qualche anno più tardi il medesimo obbiettivo è forse un po' più vicino grazie alle nuove piattaforme di sviluppo (Twine, Inkle, ecc.); tuttavia il tentativo di Bronze conseguì tutta una serie di risultati interessantissimi, segnando un nuovo standard nella fruibilità di un titolo scritto in Inform.
Per prima cosa il gioco è stato ripulito di tutti quegli elementi di gameplay che hanno fatto la storia del genere, ma che non sono più al passo con i tempi: niente labirinti, niente limiti mortali (di tempo, di durata delle fonti di luce, di necessità di sfamare il protagonista, ecc.), niente vicoli ciechi, nessun limite massimo agli oggetti trasportabili.
Poi in ogni location il parser non solo ci indicherà con chiarezza le uscite disponibili, ma terrà anche traccia di quelle che abbiamo già visitato. E un apposito indicatore ci aggiornerà costantemente su quante "stanze" dobbiamo ancora scoprire. Comodissimo, specie per chi non è ancora un mappatore esperto!
A questo si aggiunge la possibilità di spostarsi automaticamente da una location all'altra, senza dover fisicamente spostarsi per tutte le location intermedie (">VAI IN STANZA X"). Oltretutto il gioco restituisce una descrizione generata sul momento di tutto il percorso fatto. La logica dietro questi spostamenti automatici è veramente notevole, anche considerato il gran numero di location disposte su più piani e il fatto che alcune circostante possano rendere impossibile lo spostamento.
C'è poi un tutorial che aiuta i principianti a prendere confidenza col parser. Questa non è una novità (il primato spetta probabilmente a Plotkin con The Dreamhold del 2004), ma anche in questo caso l'implementazione è eccellente.
Per finire vale la pena citare anche il sistema di suggerimenti in-game, implementato con grandissima classe attraverso il comando ">THINK ABOUT", che oltre a darci tutta una serie di suggerimenti graduali, lo fa sotto forma di ragionamento della protagonista.



Le premesse tecniche e qualitative per un grande gioco ci sono tutte, però devo confessare che Bronze non mi ha fatto innamorare come avrebbe potuto.
Per prima cosa a causa dell'ambientazione: troppo peculiare per poter piacere a tutti, non sono proprio riuscito a farmi trascinare per davvero nel mondo di gioco. Il risultato è stato che verso metà gioco ho perso il mordente per affrontare al meglio le sfide che il gioco mi proponeva.
Stesso discorso per gli enigmi: alcuni sono davvero ben congeniati e implementati, ma troppi altri si basano invece sulla consultazione sisteamtica di vari oggetti. Pratica noiosa, che richiede qualche tempo e che distrae dall'azione vera e propria. Rientra dalla finestra quella frustrazione che avevamo fatto uscire dalla porta.

Bronze è buon gioco. Ma lo è di più come tecnica e implementazione, che come reparto enigmistico e capacità di coinvolgere il giocatore.
Da provare (anche per i principianti), ma non piacerà a tutti.

Visita il sito ufficiale del gioco

Consulta la nostra mappa delle location del gioco (con spoiler)

The Warbler's Nest

The Warbler's Nest è un esempio perfetto di come il mezzo interactive fiction possa essere usato con successo per raccontare una short story interessante e intelligente.
Scritta da Jason McIntosh per l'Interactive Fiction Competition del 2010, ha vinto il premio di "Best Story" agli XYZZY Award di quell'anno.

The Warbler's Nest è un'avventura testuale breve, che potrete terminare in un'ora di gioco. È composta da una manciata di location (che non richiedono mappatura) e il gameplay è basato solo su qualche semplice enigma non invadente e del tutto funzionale alla storia.
 
La realizzazione tecnica è molto buona, con ogni comando implementato perfettamente e senza alcuna incongruenza.
Stesso dicasi per la qualità della scrittura, che è di ottimo livello per tutto il gioco. 
Il gioco è distribuito gratuitamente, oppure è in vendita per una cifra irrisoria (99 centesimi) per iOS, dove si appoggia all'engine appositamente sviluppato da Andrew Plotkin.



The Warbler's Nest è la storia di una graduale presa di coscienza di un fatto particolarmente increscioso, che costringerà il protagonista e il giocatore a prendere una scelta particolarmente dolorosa, che rappresenterà anche il finale del gioco.
Questo percorso è reso magnificamente attraverso un semplice espediente narrativo che all'inizio del gioco separa la figura del protagonista da quella del giocatore: il personaggio che interpretiamo è a conoscenza di tutti i fatti, mentre noi giocatori siamo all'oscuro di tutto. Il gioco diventa quindi una lenta comprensione da parte del giocatore di ciò che è accaduto e sta accadendo;  quando questa comprensione sarà completa, sarà il momento di compiere la scelta.
In base alla scelta che faremo, il gioco ci offrirà finali diversi.
Interessante anche il modo in cui, mano a mano che prendiamo consapevolezza di ciò che sta succedendo, il setting assumerà sfumature nuove, passando dall'iniziale ambientazione naturalistica ad una storia fiabesca che affonda le sue radici nel folklore nord-europeo.

Una storia breve e emozionante. Non posso che consigliare The Warbler's Nest a chiunque abbia voglia di fare una breve lettura originale e interessante.

Consulta le mappe su OldGamesItalia

Tutorial - Twine 2
Un tool open-source per raccontare storie interattive non lineari

Twine è uno strumento software ideato da Chris Klimas per la creazione di narrativa interattiva tramite collegamenti ipertestuali nella forma di pagine web, quindi usufruibili facilmente con un semplice browser. Twine permette la biforcazione delle trame seguendo il modello dei librogame e dell'avventura testuale.

Disponibile sia per Windows, Mac OS e Linux, Twine si adatta anche agli autori che non hanno competenze informatiche elevatissime e aiuta lo sviluppo dell'avventura utilizzando una "node map" che permette una rappresentazione visiva della struttura ipertestuale mostrando le pagine del gioco e le relative interconnessioni. Inoltre consente l'inserimento di immagini, mediante comandi più avanzati, e la creazione e la gestione di variabili.
L'autrice di Twine più famosa, Porpentine, ha creato un blog tutto dedicato ai "giardini" di nodi che Twine mostra una volta creata l'avventura, il Twine Garden.

Grazie alla sua accessibilità e la sua struttura visiva, è uno tra i più semplici strumenti per la creazione di avventure testuali.

La versione che Leonardo ci illustra con i suoi tutorial riguarda Twine 2, la sua incarnazione pensata in HTML 5 e disponbile per tutte le piattaforme Window, Mac OS e Linux.

IfComp 2015: le recensioni dell'ultimo minuto

Ve l'avevamo detto, che quello di sabato non sarebbe stato l'ultimo aggiornamento su questo IfComp.

Il prode Ancient ha completato, con un incredibile sprint finale, le recensioni di alcuni dei giochi mancanti, che potete trovare tutti in questo articolo, assieme ad alcune mappe che sempre il nostro prode ha creato per voi. Doveste trovarvi bloccati, sapete su cosa cliccare.

Bando alle ciance, vi lascio alla lettura! Manca ormai poco all'annuncio dei vincitori ufficiali. Voi chi fareste vincere?

 

Seeking Ataraxia
di Glass Rat Media

a cura di TheAncientOne

L'atarassia è «la perfetta pace dell’anima che nasce dalla liberazione delle passioni». Quella di questo gioco sarà però una simulazione che ci cala nella vita di un protagonista affetto da disturbo ossessivo-compulsivo. L'impostazione simulativa è abbastanza forte e quindi il titolo non è volto a conseguire un obbiettivo ludico, ma a farci capire le difficoltà che questa malattia ti fa affrontare.

Il titolo è caratterizzato da numerose situazioni quotidiane diverse (problemi pratici, organizzativi, relazionali, ecc.) che dobbiamo risolvere scegliendo liberamente caso per caso la linea di condotta. È ammirevole come ogni scelta abbia delle conseguenze, spesso immediate ma spesso anche di lungo termine, ed ho verificato come il finale possa cambiare in modo anche radicale.
Tuttavia il gioco fa di tutto per non esprimere giudizi di valore e quindi ogni conseguenza ci verrà presentata nella sua oggettività e non in base al suo grado di successo. Questa è un'impostazione ammirevole, anche perché giocando invece ci si pone in modo competitivo ("qual è la scelta giusta per alleviare i sintomi del DOC?").
Tuttavia i limite del gioco stanno tutti nella sua natura di simulazione: interessante ma non divertente.

VOTO = 6

 

Summit
di Phantom Williams

a cura di TheAncientOne

Giocando a questo Summit si ha a tratti l'innegabile sensazione di essere davanti a un gioco di Porpentine.

Innanzitutto per il tema trattato: un viaggio simbolico verso una vetta apparentemente irraggiungibile, nella quale le leggende popolari e le aspettative del protagonista ripongono ogni speranza. Tema non nuovo alla letteratura in generale e che contemporaneamente ricorda due titoli di Porpentine: climbing 208 feet up the ruin wall e ancora di più A Place of Infinite Beauty.

Anche le atmosfere hanno tratti comuni, dai paesaggi maestosi che nascondono una storia lunga ma appena accennata (es. Metrolith), fino al protagonista reietto della società che finisce per esserne espulso (es. With Those We Love Alive).
Non mancano neppure le deformità, reali o simboliche che siano. Le persone di questo mondo hanno degli "stomaci di pesce", dai quali espellono fauna ittica attraverso un apposito sfintere, per poi mangiarla nuovamente mossi da un appetito insaziabile, pur consapevoli che il pesce a loro volta consumerà una parte dei loro organi interni, in un cerchio vizioso che inevitabilmente condurrà alla morte di entrambi.
Simile ai giochi di Porpentine è anche il modo di usare Twine, anche graficamente. I colori, gli sfondi, i link su un singolo carattere, ecc.
A differenza dei giochi di Porpentine c'è del testo forse superfluo. C'è meno rabbia e meno ribellione, e più un generale in questo Summit regna un clima di melanconia e rassegnazione.

Bello e trascinante, questo Summit. È un gioco che fa pensare e che vi stimolerà con un mondo e un immaginario tutt'altro che banale, a patto di avere il tempo e la determinazione di volerci entrare. È un peccato costruire un luogo, una cultura, semplicemente per avere qualcosa da fare? E cosa è quella vetta che ci attrae e quale la ricompensa per chi riesce ad arrivarci, nonostante questa fame insaziabile di pesce che inevitabilmente potrebbe ucciderci lungo il cammino? E, ancora, questa fame di pesce c'è sempre stata? E sarebbe un bene per l'uomo riuscire ad acquietarla in qualche modo?
No, non è un gioco banale questo Summit.
Come i giochi di Porpentine anche Summit è un titolo controverso, difficile da leggere e da decifrare, ricco di suggestioni ma assai arduo da penetrare. Ottimo candidato per la Banana D'Oro Della Discordia e consigliato a chi ha sentito la mancanza di Porpentine in questa competizione!
"Che la nostalgia sia un senso di gratitudine per aver vissuto abbastanza a lungo da vedere una cosa nel presente conoscendola nel passato?"

VOTO = 8

 

Taghairm
di Chandler Groover

a cura di TheAncientOne

Taghairm è un gioco che rischia di farsi odiare, perché contro ogni convenzione sociale e ogni buon cuore, mette in scena atti di estrema crudeltà sugli animali e ne fa coscientemente il fulcro della sua storia. Di più: chiede al giocatore di metterli in scena in prima persona o di rifiutarsi (ripetutamente) di farlo, assistendo però ugualmente al compimento degli stessi attraverso gli occhi del protagonista.
Non è una richiesta di poco conto, tanto più che è (volutamente) presentata fuori da ogni contesto chiaro, rinunciando anche a dare un background ai personaggi e a definire uno scopo per tale folle gesto (lo scopo di tutto sarà infatti chiaro solo alla fine del gioco). Violenza fine a sé stessa, si direbbe; e a lungo mi sono chiesto se mi andava di andare avanti.

Ho deciso di giocare, e ho scelto volutamente di rinunciare a compiere quel gesto, accettando però di assistere al massacro che un altro personaggio metteva in scena davanti a me. Ho ripetuto più volte la scelta, con coerenza, arrivando a uno dei finali del gioco. E poi, con un atto di volontà non meno forte e faticoso del primo, ho scelto di NON rigiocare da capo, cioè di non scoprire cosa sarebbe successo se avessi scelto diversamente. E non voglio saperlo, nonostante la macabra curiosità.
Qui sta forse il senso del gioco: chiedere al giocatore due scelte morali (gioco? gioco di nuovo per vedere l'altro finale?), aprioristiche, e di sostenerle mettendole in pratica. Questo Taghairm è un breve Twine che ci aiuta a conoscerci e a mettere alla prova i nostri limiti morali. L'esperienza mi ha ricordato quella vissuta guardando (e scegliendo di guardare per la prima volta) Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini. Conosciamo tutti in modo innato il Male, ma è legittimo metterlo in scena o anche solo assistervi? Quali sono i limiti dell'arte e di ciò di cui possiamo parlare?

Taghairm è un gioco crudele e per molti sarà offensivo. Non credo però che Chandler Groover (Toby's Nose e Midnight. Swordfight) l'abbia ideato per offendere e, sottoponendomi ad esso, ne ho comunque tratto un'esperienza culturale che ha lasciato il segno.

VOTO = 7

 

The Insect Massacre
di Tom Delanoy

a cura di TheAncientOne

The Insect Massacre è un breve Twine ambientato in una stazione spaziale e ruota intorno alla misteriosa morte di un ingegnere, una donna giovane e bella. In modo molto originale il gioco ci mette nei panni del IA che gestisce la nave e che si trova così nella condizione di poter controllare e osservare tutto quanto accade sulla nave.
Ci sarebbe qualcosa da ridire nell'implementazione: la scelta dei colori del testo è pessima e il testo scorre troppo lento, diventando noioso qualora si voglia rigiocare. Tuttavia la breve durata del Twine minimizza almeno in parte questi difetti.
Il gioco è infatti molto breve, con (apparentemente) un unico vero bivio in prossimità del finale e la possibilità di riprendere a giocare proprio da poco prima. La storia però funziona abbastanza bene, ha un piacevole twist finale, e sa mischiare in modo gradevole sci-fi e giallo. Tuttavia la breve durata e la scarsa interattività non ne fanno certo un gioco memorabile, ma solo piacevole.

VOTO = 6

 

The King and the Crown
The story of a King and the crown on his head.
di Wes Lesley

a cura di TheAncientOne

The King and the Crown è il primo gioco di Wes Lesley. Si tratta di un gioco molto breve, one-room, ma anche estremamente ironico.
Racconta infatti la storia di un re che si sveglia la mattina e prima di ricevere i suoi noiosissimi sudditi deve almeno ritrovare il suo scettro e la sua corona. Il tutto ambientato in uno scenario fantasy che presto sarà oggetto di altre opere dell'autore. Il gioco si completa in cinque mosse ed è piuttosto facile venirne a capo. C'è qualche battuta dal gusto satirico e tanto basta per quei 10 minuti che vi terrà impegnati.
Volendo ci sono anche dei segreti che, a ben vedere, rappresentano una seconda anima del gioco. Questi segreti non sono realisticamente individuabili senza la soluzione, che diventa quindi parte integrante dell'esperienza di gioco e che infatti è realizzata con grande cura e ironia (e la sua lettura risulta divertente quanto il gioco).

Questo The King and the Crown lascia un po' il tempo che trova a causa della sua brevità. Quello che c'è diverte ed è ben implementato, ma è decisamente troppo poco per rappresentare un'esperienza ludica significativa. Tuttavia resta una simpatica introduzione a un nuovo universo narrativo e per essere un primo esperimento in Inform è programmato molto bene.
A questo punto restiamo con piacere in attesa di una secondo opera, più corposa e che non debba ricorra a materiali esterni (come la soluzione), da parte di Wes Lesley!

VOTO = 5

 

The Sueño
An Oneirological Mystery
di Marshal Tenner Winter

a cura di TheAncientOne

Marshal Tenner Winter è un membro molto attivo nella community dell'IF, sia come recensore che come autore (avendo all'attivo almeno 13 titoli, tutti molto suggestivi). Personalmente lo conosco per Jesse Stavro's Doorway (19° posto all'IFComp 2014), che con questo The Sueño condivide pregi e difetti.
I pregi sono quelle di ambientazioni e storie interessanti, condite da enigmi abbastanza solidi e tante location. Questa volta impersoniamo un ragazzo che si sottopone a una sperimentazione medica di un farmaco che produce sogni vividi. Inutile dire che, nel sogno, ci imbatteremo in risvolti... interessanti.

I difetti sono quelli di una storia che avanza un po' troppo lenta per essere coinvolgente. Che indugia in dettagli o enigmi poco rilevanti e quindi poco coinvolgenti. Almeno un 50% del gioco (fra cui tutta la parte del bosco) aggiunge ben poco all'esperienza di gioco e alla storia.
In questo The Sueño però anche l'implementazione lascia molto a desiderare. Il finale è palesemente solo abbozzato e non soddisfa le aspettative del giocatore. Stesso discorso per la meccanica che doveva essere il punto di forza del gioco, e cioè il verbo DREAM, che dovrebbe servire per far apparire oggetti o situazioni utili. Una meccanica geniale, ma che richiedeva molto più lavoro per aggiungere davvero qualcosa al gioco.

Alcune buone idee, ma non tutte ben implementate, per un gioco che risulta poco soddisfacente. Avrebbe giovato molto ridurre l'ampiezza del gioco (anche tagliando numerose locazioni) e concentrarsi sull'implementare meglio il cuore del gioco.

VOTO = 6

Mappa di The Sueño

 

Untold Riches
di Jason Ermer

a cura di TheAncientOne

Jason Ermer è un autore già noto nel mondo dell'IF, che per ben due volte si è avvicinato al podio dell'IFcomp; parliamo di Moon-Shaped (IFComp 2006, 5° posto) e di Escape From Santaland (IFComp 2011, 4° posto).
Questo Untold Riches è un'avventura testuale a parser in glulx, classica da tutti i punti di vista. Piacevolmente classica.
Ci troviamo naufragati su un'isola tropicale, completamente deserta, su cui per fortuna c'è un faro che -se riattivato- sarà il nostro biglietto per tornare alla civiltà. Ci siamo finiti perché per l'ennesima volta ci siamo fatti trascinare dal Professor d'Squarius in una improbabile caccia al tesoro. Inutile dire che prima di fuggire dall'isola dovremo anche trovarlo, il tesoro!

Il gioco scorre via veloce, fra 10 location facili da mappare e due o tre enigmi simpatici ma certo non troppo originali. Personalmente l'ho finito in molto meno delle due ore consentite. L'unico elemento di simpatica originalità del gioco è dato dai continui aneddoti strampalati sulle avventure passate in compagnia del Professor d'Squarius: questi aneddoti, certo non di una comicità raffinata, si ripetono costantemente per tutto il gioco e riusciranno sicuramente a farvi sorridere.
Untold Riches è un gioco abbastanza divertente, ben implementato, che fa tutto quello che promette, ma... niente di più!

VOTO = 7

Mappa di Untold Riches

 

Kane County
di Michael Sterling e Tia Orisney
a cura di TheAncientOne

Kane County di Michael Sterling e Tia Orisney è un titolo CYOA interamente ambientato nel letale deserto dell'omonima contea dello stato dell'Utah e ci vede vestire i panni di uno sventurato individuo che, vittima di un incidente stradale, dovrà sopravvivere in quell'ambiente così ostile.
Il titolo presenta numerosissime scelte, inizialmente su percorso singolo, per poi biforcarsi -a circa a metà del gioco- in tre distinti percorsi che ci condurranno (in caso di vittoria) ad altrettanti finali alternativi. Il testo non è mai noioso o troppo lungo, e sa mettere subito in evidenza i dati necessari per prendere una decisione consapevole. Ogni scelta è imperniata su realistici rapporti di causa-effetto, con conseguenze sempre prevedibili (se si è bravi). Ci sono scelte difficili, ma nessuna scelta è ingiusta o ha conseguenze inaspettate, il che fa di questo Kane County un buon "simulatore di sopravvivenza", migliore di quanto non sia ad esempio la parte inziale di Lifeline.

A rendere più interessante il tutto, ci sono numerose variabili che non sempre si riscontrano in giochi a scelta multipla. Sono previsti due protagonisti (un praticante di sport estremi e un esperto di sopravvivenza), ci sono alcune statistiche e un capiente inventario. Il modo in cui queste variabili influenzano il gioco mi ha esplicitamente ricordato Down Among The Dead Men, che in effetti è un gioco strutturalmente molto simile. Accanto quindi all'incombenza delle scelte da prendere, c'è anche un cospicuo aspetto di gestione delle risorse e delle energie, che (partita dopo partità) potrà cambiare anche radicalmente il nostro punto di vista sulle scelte da compiere. Ad es. di fronte a un'azione pericolosa ma potenzialmente foriera di futuri vantaggi, il nostro atteggiamento sarà molto diverso in base al nostro attuale stato di salute.
Kane County è un gioco abbastanza breve, completabile in un'oretta, ma abbondantemente rigiocabile (grazie ai tre finali, ma anche ai diversi approcci possibili a ogni problematica garantiti dalla gestione delle risorse disponibili). Ed è anche perfettamente bilanciato, perché -senza essere troppo punitivo (c'è infatti abbondante spazio per la sperimentazione)- riesce a tenere il giocatore sempre sospeso fra la vita e la morte.
Quello che più conta però è che Kane County è un gioco divertente, che vi appassionerà con una sfida di sopravvivenza realistica ma anche appagante. Consigliato.

VOTO = 8

 

GROWBOTICS
di Cha Holland
a cura di TheAncientOne

GROWBOTICS di Cha Holland è un gioco sui generis, che mette in campo una bella idea a cui manca però un contesto ludico che sappia coinvolgere e appassionare il giocatore.
Il "Growbotics" è una specie di laboratorio magico/scientifico in cui, mischiando elementi primari, si ottengono elementi secondari, mischiando i quali si ottengono dei prodotti finiti. Un esempio (in questo caso fatto con componenti primari astratte, ma ce ne sono anche di materiali) vale più di mille parole. Combinando MENTE e SOGNO si ottiene il DESIDERIO. Combinando CREDENZA con CREDENZA si ottiene la FEDE. A quel punto, combinando DESIDERIO e FEDE, si ottiene il prodotto finito che in questo caso sarà... il FRUTTO PROIBITO.

Il sistema prevede un numero di combinazioni veramente notevole, con anche delle regole minimali da rispettare (inserite però per contenere il numero delle possibili combinazioni e non quale elemento di gioco). Le scelte vengono effettuate attraverso un'interfaccia ben realizzata e molto elegante (seppur non ottimizzata per Safari). Il tutto è anche inserito in una minima cornice narrativa: noi rivestiamo i panni di un personaggio (e possiamo scegliere fra vari background) e la creazione di certi oggetti restituisce a volte qualche commento che dà un po' di colore all'esperienza.
Il problema principale del gioco è che tutto il processo creativo (ben realizzato) è completamente fine a sé stesso. Non ci sono obbiettivi da raggiungere, non c'è una storia da scoprire, né oggetti specifici da inventare. C'è indiscutibilmente il piacere "dell'invenzione", ma è troppo poco per tenerci incollati a lungo allo schermo. A questo dobbiamo aggiungere che i prodotti finiti che otteniamo non sono sempre quelli che ci aspettiamo: a volte con una piacevole sorpresa, ma altre volte con un po' di delusione, perché magari l'autore ha seguito un filo logico poco comprensibile o deludente rispetto alle aspettative che ci eravamo creati.

Il meccanismo della creazione a partire da delle parole è potentissimo e richiederebbe sicuramente di essere ulteriormente esplorato, perché ha delle possibilità infinite. Tuttavia credo che tale meccanismo vada inserito in un contesto ludico o narrativo più definito di quello che ci propone GROWBOTICS. Il pensiero volo ovviamente subito al bellissimo Scribblenauts, che rappresenta sicuramente la punta di diamante di questo genere di gameplay, e che sa affiancare (come invece GROWBOTICS rinuncia a fare) all'invenzione anche un minimo di gameplay (certo anche questo non immune dalla noia).
Questo GROWBOTICS è un esperimento interessante, che però non sa divertire fino in fondo, mancando di una vera componente ludica o narrativa.

VOTO = 5

 

MAPPE:

- Mappa di Map

- Mappa di Pilgrimage

- Pit of the Condemned

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Down Among the Dead Men

Down among the dead men,
Down among the dead men,
Down, down, down, down,
Down among the dead men let him lie.

John Dyer (1700-58)

Down Among the Dead Men è un adattamento digitale realizzato con inklewriter dell'omonimo libro-game di Dave Morris, autore anche di Frankenstein (altro libro-game passato per le mani degli InkleStudios).

Il titolo è tratto da una canzone popolare del 1700 di John Dyer e riassume bene l'atmosfera piratesca di questo titolo. Dimenticatevi però le scanzonate isole caraibiche di Monkey Island o le romantiche avventure "a tinte rosa" di Plundered Hearts: questo Down Among the Dead Men è un gradevole e originale connubio fra pirati e fantasy.
Il gioco narra la storia di come il protagonista e i suoi tre compagni riusciranno a scappare da un vascello pirata e salvare fra mille peripezie la vita della Regina! Le loro temerarie avventure li vedranno solcare i sette mari, fra cannibali, streghe e vulcani; arrivando a possedere una nave tutta loro e magari diventando loro stessi dei veri pirati!
L'ambientazione è abbastanza originale, grazie alle sue vaghe influenze fantasy; la storia invece presenta un intreccio abbastanza esile e con situazioni da "cliché piratesco".
Il fascino del racconto e il suo buon ritmo narrativo sono però garantiti dal serrato susseguirsi di tantissimi episodi avventurosi. Pur senza trovate geniali, c'è tantissima varietà in Down Among the Dead Men e al termine del gioco sarete davvero gratificati dalla sensazione di aver portato a compimento una lunga avventura piratesca.



Il gioco è diviso in vari capitoli da giocare in sequenza. Il giocatore non può annullare le singole scelte, ma può in ogni momento riprendere la storia dall'inizio di uno qualsiasi dei capitoli già giocati (annullando quindi tutte le scelte successive eseguite). Come in tutti i giochi Inkle c'è grandissima attenzione alla quantità di testo da leggere prima di arrivare alla scelta multipla successiva, e questo giova non poco all'esperienza di gioco.
Assolutamente da segnalare come Down Among the Dead Men, rispetto ad altri titoli simili dell'attuale generazione di interactive fiction (fra cui anche Cainsville Files, sempre degli InkleStudios), mantenga una dimensione "giocosa". Il titolo presenta infatti tre livelli diversi di difficoltà. Quello più basso farà sì che la trama si adatti per correggere ogni vostro sbaglio, in modo tale che arrivare alla fine sia solo "questione di click". Il livello più alto invece (che corrisponde grosso modo al libro-game originale) è una sfida vera e propria, che non ammette errori e che vi costringerà a "riavvolgere"" la storia più e più volte, alla disperata ricerca del percorso giusto per arrivare al sospirato finale. Vi garantisco che, per finirlo a difficoltà massima, dovrete penare un bel po' e imparerete a conoscere bene le conseguenze di ogni singola scelta.



Down Among the Dead Men, pur non essendo un titolo vasto e complesso come la successiva produzione degli InkleStudios (vedi 80 Days e Sorecery!), è però in grado di esprimere al massimo le potenzialità dell'engine inklewriter.
Il gioco è in grado di gestire livelli di difficoltà diversi, protagonisti di sesso e capacità diverse, e anche una sorta di inventario degli oggetti chiave che abbiamo trovato. Il risultato è un numero davvero cospicuo di variabili, che capitolo dopo capitolo si sommeranno per restituirvi una storia fluida ma veramente interattiva.

Non è la migliore storia di pirati mai scritta, però è davvero interattiva e dinamica, divertente e impegnativa. Un buon esempio di narrativa interattiva a scelta multipla che non rinuncia però alla sua componente ludica. Ahimé, solo per iOS e solo in inglese.

Questa recensione fa parte del Ciclo Inkle Studios.

If Comp 2015, le prime recensioni

È iniziato l'If Comp 2015, e il nostro obiettivo è recensire, con il vostro aiuto, quante più avventure possibile. Vi presentiamo quindi le prime recensioni, a opera mia (Gwenelan) e di TheAncientOne. Ricordiamo che potete trovare le regole per partecipare alle recensioni e per prenotare le avventure in questo post.

E ora, bando alle ciance, vi lasciamo ai titoli!

 

5 Minutes to Burn Something!
Alex Butterfield
(a cura di TheAncientOne)

5 Minutes to Burn Something!
è il gioco di esordio di Alex Butterfield, che evidentemente conosce bene il genere, perché esordisce con un titolo confezionato ad hoc per l'IFComp.
Il titolo è quanto di più classico ci possiamo immaginare: scritto in Inform, ironico, con una protagonista fuori di testa, ambientato nell'appartamento del protagonista (composto da 5 ambienti subito accessibili, ma nella sostanza è quasi un one-room game), a tempo, con alcuni risvolti imprevisti nel finale. Insomma la ricetta storica di molti dei titoli che hanno vinto l'IFComp.
Come tutte le cose classiche e tradizionali, anche 5 Minutes to Burn Something! funziona in modo meraviglioso. Senza essere troppo semplice, è tarato alla perfezione sulle due ore della competizione: se in quel tempo non l'avrete ancora finito, probabilmente ci sarete andati molto vicini. Senza considerare l'ottimo sistema di hint progressivi inserito nel gioco.
Richiede un po' di lateral thinking per risolvere certi enigmi e molte situazioni sono al limite del surreale. In questo ricorda molto l'impostazione generale di Violet [LINK]. Già visto, ma comunque apprezzabile, il modo in cui ci presenta la protagonista (e il suo ex ragazzo) in maniera non invadente attraverso la descrizione della sua casa.
5 Minutes to Burn Something! diverte e si lascia giocare, alternando bene esplorazione e risoluzione di enigmi. È ben programmato, ma pecca gravemente in un paio di situazioni in cui costringe il giocatore a trovare il verbo giusto (e una in particolare richiede una buona conoscenza dell'inglese).

Voto = 8

Consulta la mappa di 5 Minutes to Burn Something!
 

Arcane Intern (Unpaid)
Astrid Dalmady

(a cura di TheAncientOne)

Astrid Dalmady è una nuova autrice di interactive fiction approdata come molti altri a questo genere attraverso Twine; Arcane Intern (Unpaid) è il suo quarto titolo in due anni.
Il gioco è strutturato in tre capitoli e racconta la storia di una ragazza qualunque che ottiene un lavoro non pagato di stagista in una società di maghi. L'atmosfera che si respira è palesemente quella dei romanzi di Harry Potter, quella cioé di un fantasy scanzonato che non riesco proprio a farmi piacere fino in fondo. Nel gioco tutto questo è ancora meno convincente che nei romanzi, perché l'autrice è costretta a mettere in scena il mondo di gioco in poche righe e quindi tutto funziona solo nella misura in cui il lettore conosce e riesce ad ambientare nella sua mente il gioco nell'universo creato dalla Rowling.

Il primo capitolo pone le premesse della storia e dell'ambientazione, e... lascia abbondantemente delusi.
Il secondo capitolo ci mostra la noia del lavoro di stagista non pagata attraverso un'esplorazione del magico Otherworld, che ha tutti i tratti di un rpg convertito a Twine: è noioso.
Arcane Intern (Unpaid) trova un minimo di senso solo nell'ultimo capitolo, con finali multipli, in cui si capisce con più chiarezza la vera natura del gioco: una critica (molto soft) al mondo del lavoro precario e interinale, raccontata attraverso la magia, triste simbolo di quella misteriosa barriera che separa inesorabilmente tante persone capaci dal mondo chiuso e segreto del lavoro.
Una fiaba moderna e abbastanza delicata, che trova un po' di significato solo nel finale, ma che non riesce ad appassionare o a lasciare davvero il segno. Solo sufficiente (anche grazie a un'ottima programmazione).

VOTO = 6

 

A Figure Met in a Shaded Wood
Micheal Thomet

(a cura di Gwenelan)

Siamo un vagabondo perso nei boschi, con una sacca in spalla, e veniamo approcciati da uno strano individuo in una radura, che ci vuole leggere la fortuna. Questo il succo dell'avventura in Twine di Michael Thomet, che non fa subito una bellissima impressione a causa di qualche errorino grammaticale – sicuramente delle sviste, ma fastidiose. Il “tema” delle scelte e del destino viene mostrato in modo furbo, che lascia piacevolmente sorpresi alla seconda giocata, ma che non è così profondo come vorrebbe apparire. Niente enigmi, lascia un po' il tempo che trova. Carini i richiami al Viaggio del Folle qui e là.

Voto = 6

 

Emily is Away
Kyle Seeley
(a cura di Gwenelan)

In questa avventura di Kyle Seeley, chatteremo con Emily, una nostra compagna di liceo che, con il passaggio al collegge, potremo frequentare molto meno. Il gioco si basa sul cambiamento della nostra relazione con Emily negli anni, in base a scelte di dialogo che potremo compiere di tanto in tanto. Dal momento che ci troviamo in città diverse, potremo contattare Emily solamente tramite chat – l'interfaccia simula il messenger windows di tanti anni fa. Avremo 3 scelte di dialogo fra cui scegliere, di volta in volta, per rispondere alle frasi di Emily, ma per far comparire la risposta prescelta dovremo battere dei tasti a caso sulla tastiera. Bei dialoghi e realistica la piega che prende la storia dopo un po'. Nelle due orette in cui ho provato il gioco, però, non sono riuscita a far uscire la relazione da quelli che mi paiono due binari pre-determinati, nonostante abbia cambiato più volte le mie scelte. Molto verosimile e graziosa l'interfaccia, che ricorda un po' il mood di Digital – anche se dover cliccare ripetutamente per scrivere le frasi è un po' noioso.

Voto = 7

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Inkle Studios
Il futuro dell'Interactive Fiction?

L'interactive fiction è un genere di nicchia, che ha però dimostrato di sapersi evolvere nel tempo. In questi ultimi anni sono comparsi nuovi linguaggi di programmazione e nuove software house; intorno alle avventure testuali è tornato a concretizzarsi un mercato vero e proprio.
Gli InkleStudios, con il loro engine Inklewriter, sono la software house che forse più di ogni altra ha saputo interpretare questa nuova epoca dell'interactive fiction. Ed è quindi a loro che è dedicato questo ciclo di approfondimento di OldGamesItalia e IfItalia.

Ma partiamo dall'inizio, per cercare di capire meglio le nuove tendenze del genere.
Alcuni nuovi linguaggi di programmazione col tempo hanno reso l'interactive fiction più user-friendly, spostando in parte l'ago della bilancia del gameplay dalla componente ludico/enigmistica (tipica della decennale tradizione del genere) a quella più prettamente narrativa (che caratterizza invece molto nuovi titoli). Accanto ai vecchi parser a linea di comando si sono affacciate nuove interfacce e nuove tipologie d'interazione. Fra queste:

- interfacce a link ipertestuali, come quelle dei giochi programmati in Twine (es. With Those We Love Alive di Porpentine) o in Unundum (es. Mere Anarchy di Bruno Dias)

- interfacce a scelta multipla, fra cui tipo i tantissimi titoli editi da Choice of Games (vedi Creatures Such as We di Lynnea Glasser) o quelli realizzati con Versu (vedi Blood & Laurels di Emily Short) o proprio con Inklewriter

La Inkle è stata fondata da due ex dipendenti della Sony, probabilmente stanchi di lavorare all'ennesimo titolo "derivativo": Jon Ingold e Joseph Humfrey.
I più esperti avranno sicuramente riconosciuto il nome di Jon Ingold, che prima di diventare un gamedesigner professionista ha avuto modo di farsi conoscere sulla scena amatoriale dell'interactive fiction con titoli di grandissimo spessore, fra cui i famosissimi Fail-Safe (2000) e All Roads (2001; vincitore della IF Comp 2001 e vincitore degli XYZZY Awards 2001 per Best Setting, Best Story e Best Game).

La Inkle esordisce su AppStore nel 2012 con un adattamento del Frankenstein di Mary Shelley, scritto da Dave Morris (celebre autore di librigame).

La app è talmente elegante e ben realizzata che, nonostante un'accoglienza controversa della stampa, finisce subito sotto i riflettori di Apple, lanciando la Inkle nel mercato di massa del mobile. Da qui inizia un lungo percorso di crescita e maturazione, ricco di successi e caratterizzato da titoli sempre più ampi e complessi, fino all'ottimo e gigantesco 80 Days, vincitore di numerosissimi riconoscimenti.
Nel corso di questo ciclo, vi proporremo le recensioni di tutti i loro titoli usciti fino ad oggi.



I giochi Inkle si appoggiano, per quanto riguarda la parte narrativa, all'engine InkleWriter.
Tale engine è liberamente utilizzabile on-line e ad una cifra irrisoria la Inkle offre un servizio di porting delle proprie opere su piattaforma Kindle.
Esiste già una raccolta dei migliori titoli amatoriali realizzati con Inklewriter, gratuitamente scaricabile da AppStore: Future Voices, che contiene alcune letture interessanti e originali, seppur dallo scarso contenuto ludico.

EDIT: L'engine InkleWriter è stato recentemente utilizzato anche per i dialoghi di the Banner Saga.
[si ringrazia Yak per l'interessante precisazione]

Come gli altri engine simili citati sopra, InkleWriter ha la funzione principale di gestire la "combinazione" del testo, facilitando la creazione di storie interattive che sappiano tener conto di un numero elevato di variabili dipendenti dalle scelte del lettore.
La qualità di questi engine viene misurata sulla base della loro capacità di adeguare la storia alle scelte del giocatore, riducendo contemporaneamente quanto più possibile il testo che deve essere scritto da parte dell'autore. Detto in altre parole: un buon engine è quello che consente la maggiore interattività possibile con il minor "spreco" possibile di testo.
La vera sfida del futuro per la narrativa interattiva sarà esattamente questo: immaginare meccaniche in grado di espandere la libertà del giocatore all'interno della storia, riducendo al contempo la percentuale di testo che al termine della storia resta "non letto".
Avremo giochi che, sempre di più, sapranno adattare automaticamente il testo alle scelte del giocatore. Mutando al volo le descrizioni, gestendo in modo dinamico il "mood" dei PNG, garantendo scelte piccole e grandi, ma tutte potenzialmente capaci di cambiare il corso della storia.
Che dire? Noi non aspettiamo che di vivere queste nuove "esperienze testuali", consapevoli che giochi come 80 Days contengono in sé una radiosa speranza per il futuro dell'interactive fiction! E siamo anche pronti a rinunciare a qualche enigma e a qualche dungeon da mappare, se la qualità e l'interattività della narrazione saprà fare davvero un balzo in avanti.

INDICE DEI CONTENUTI DEL CICLO:

- FailSafebreve avventura con ambietazione fantascientifica

- Intervista a Jon Ingold, realizzata da Rob Grassi!

- 80 Days, il giro del mondo adesso anche su pc!

- Sorcery!, dai librigame di Steve Jackson!

- Down Among The Dead Men, adattamento del librogame di David Morris

- Frankenstein, dall'opera di Mary Shelley

- First Draft of the Revolution di Emily Short

Il sito ufficiale degli Inkle Studios

Scrivi la tua storia interattiva con InkleWriter

"inkle Adventures!" il bundle dei principali giochi della Inkle su AppStore

Discutiamone insieme sul forum di IfItalia

(Video Gameplay) Darkiss 1, con Leonardo Boselli!

Leonardo Boselli torna con un altro video gameplay, questa volta di Darkiss 1, il primo capitolo della saga di Marco Vallarino.
Boselli ha già giocato per noi lo spin-off, Sogno di Sangue, che abbiamo ospitato qui sul sito.

L'appuntamento per Darkiss 1 è questa sera, Sabato 1 Agosto, alle 21:30 sulla pagina Twitch di Boselli. Partecipate numerosi!

Guida alla programmazione con Inform 6
Programmiamo avventure testuali!

Questi articoli si trovano pubblicati anche su livello99.it: senza la proposta avanzatami dal proprietario del sito, questo progetto, che pure qualche volta mi era passato per la testa, non sarebbe stato possibile.

[ogni tanto rileggendo gli articoli mi capita di trovare errori/refusi: i pdf che si trovano qui non sono periodicamente aggiornati, mentre su livello99.it si trovano sempre gli articoli corretti]

UN NUOVO MANUALE?

Primo articolo: Programmiamo avventure testuali! - (download pdf)

Secondo articolo: L'essenziale per cominciare - (download pdf)
-> soluzione esercizio proposto

Terzo articoloAlberi... ma non piante! - (download pdf)
-> soluzione esercizio proposto

Quarto articolo: Scatole cinesi - (download pdf)
-> soluzione primo esercizio proposto (teletrasporto)
-> soluzione secondo esercizio proposto (ladro)

Quinto articoloEditing di testo - (download pdf)

Sesto articoloCammina cammina - (download pdf)
-> soluzione esercizio

Settimo articoloScenografia portami via - (downlaod pdf)

Ottavo articoloNon aprite quella porta! - (download pdf)
-> soluzione esercizio

Nono articoloLe "frecce" al nostro arco - (download pdf)
-> soluzione esercizio

Decimo articoloC'è chi vince, c'è chi perde, noi programmiamo casomai - (download pdf)

Undicesimo articoloAncora sul punteggio (punteggio negativo e rango dell'avventuriero) - (download pdf)
-> esercizio proposto [presto disponibile]
-> soluzione esercizio proposto [presto disponibile]

Dodicesimo articoloStringhe! - (download pdf)
-> soluzione esercizio

Tredicesimo articoloCicli! - (download pdf)

Quattordicesimo articoloCogli la prima mela (per vedere di nascosto l'effetto che fa) - (download pdf)
-> elenco verbi (tratti dal manuale di Vincenzo Scarpa) [presto disponibile]
-> soluzioni

Questi articoli e tutti i loro esempi (soluzioni agli esercizi incluse) sono copyright © 2015 di Mariano Sassi
Possono essere liberamente distribuiti in formato elettronico o in copie cartacee a condizione che:
(i) le copie (o parti di esse) ricavate e distribuite siano uguali, in tutto e per tutto, agli originali
(ii) non si traggano profitti dalle copie (o parti di esse) ricavate e distribuite
(iii) venga sempre indicata la fonte con nome e cognome e/o questo sito di riferimento
Non mi assumo alcuna responsabilità per errori o omissioni contenuti negli articoli, o per danni
risultanti dall’utilizzo improprio delle informazioni contenute in essi.

Manca Solo Un Verso A Quella Poesia - Cap 1

Manca Solo un Verso a Quella Poesia è un'avventura testuale scritta da Mariano Sassi, primo capitolo di una trilogia a cavallo fra il fantasy e il fiabesco. Scherzando sul nostro forum, più volte il Diavolo dei Crocicchi ha affermato di essersi "venduto" ad un genere più commerciale rispetto alle atmosfere esistenzialiste del suo gioco d'esordio (La vita? Non venitemi a parlare della vita). Come sempre però quando c'è di mezzo il Diavolo dei Crocicchi, la verità non è solo quella che appare e ogni frase cela un'altra verità. Diavolo dei Crocicchi non si è (s)venduto al genere fantasy, ma anzi ne ha saputo dare una personalissima interpretazione assai originale.

Ed è proprio nell'originalità del setting che sta, a mio giudizio, l'aspetto più significativo e affascinante dell'opera.
Personalmente sono appassionato da sempre di fantasy e da molti anni ormai non è più facile sorprendermi con personaggi o ambientazioni nuove.
Devo dire che Manca Solo un Verso a Quella Poesia c'è riuscito.

C'è un'ingenuità e una purezza di fondo nelle immagini contenute in questo gioco che mi ha autenticamente disarmato e affascinato.
Un aria leggera (anzi, una "Variazione Goldberg") aleggia nelle location di questo mondo oltre il Nulla, che si attraversano con lo stesso spirito e la stessa spensieratezza con cui si fa una passeggiata in campagna.
Ho trovato questa atmosfera un autentico rimedio contro un certo fantasy americano, serioso e impegnato, fatto di spade lunghe fiammeggianti del colpo infuocato +4 e di mostruosi elfi scuri malvagi. Quella di Diavolo dei Crocicchi è una formula che ci ricorda che -prima di tutto!- il fantasy è una fiaba per bambini ormai diventati adulti.

Sarebbe bellissimo esaminare uno ad uno tutti i personaggi e le location che vivono in questo mondo, ma vorrebbe dire rovinarvi la sorpresa. Sarà sufficiente darvi un'idea di cosa vi aspetta: l'elfo con i suoi funghi, l'allegro castoro, la statua con la falce, i conigli bianchi, il crocevia, il Mascellodonte, il Botten! Un repertorio enorme di luoghi, cose e personaggi diversi, che gremiscono la fantasia dell'autore e che si accomoderanno per sempre anche in quella del giocatore.

Su tutti voglio però soffermarmi a parlarvi del... "Lonfo", creatura metasemantica che più di ogni altra dà la cifra stilistica del fantasy di Mariano Sassi. Il lonfo è un essere-non-essere, nato da una poesia di Fosco Maraini che lo descrive con "parole-non-parole", sprigionando in noi tutta la forza primordiale dei suoni, che ci raffigurano questo magico lonfo meglio di quanto potrebbe fare una qualunque immagine grafica.
Nel gioco il lonfo vive nel rispetto di quella poesia. È una delle tantissime citazioni (più o meno colte) che il gioco contiene. È un ennesimo significato che colora l'interno della cornice più ampia della storia.
Se giocando a Zork si resta affascinati/basiti dallo scoprire la stanza con il sarcofago egizio a qualche passo dall'ingresso dell'Ade, e solo un paio di location più in basso della stanza di Atlantide, il tutto sotto una casa in mezzo al bosco... qui tutte queste citazioni e influenze diventano parte del percorso.
Queste citazioni non sono bizzarrie messe lì per sorprende il giocatore intento a risolvere l'ennesimo enigma, ma sono contenuto vero e proprio della storia. Il lonfo sprigiona un significato ulteriore e non è solo l'oggetto di un enigma.
Come è possibile tutto questo? Semplice, perché il lonfo non vaterca e non gluisce.

IL GAMEPLAY:
Da un punto di vista del gameplay, MSUVAQP si presenta come una IF abbastanza classica.
Un numero medio di location (una trentina?) e un livello di difficoltà basso ma non irrisorio: per finirlo un po' ci si deve impegnare.
C'è molta varietà di enigmi, per lo più abbastanza classici, ma tutti leali nei confronti del giocatore. Non mi risultano (come era lecito attendersi) vicoli ciechi.
Fare la mappa è piuttosto semplice e questa è corretta quanto alle relazioni geografiche fra le varie location.
Diavolo dei Crocicchi si cimenta anche in una sorta di originalissimo labirinto, non mappabile, che ho personalmente molto apprezzato.

Tecnicamente Manca Solo un Verso a Quella Poesia è un gioco compiuto e pulito, con un parser adeguato ai tempi e mai frustrante.

Si segnalano poi alcuni elementi di gameplay assolutamente interessanti e ancora oggi ben poco diffusi.
Il primo è ovviamente Castalia, la musa triste che ci seguirà per tutto il gioco e con la quale dovremmo continuamente interagire per sfruttarne al meglio le peculiari capacità magiche. Questo PNG è ben implementato e si rivela una compagna piacevole da avere al fianco, che dona un qualcosa di ulteriormente unico all'esperienza, oltre a rappresentare un notevole incentivo ad attendere gli altri due capitoli della saga.

Molto belli i disegni utilizzati nel gioco, altra gradevole aggiunta, sempre più diffusa anche nelle produzioni amatoriali. Tutte le opere sono realizzate, con un tratto delicato e adattissimo al contesto di gioco, da Alice Buoli.

Come dicevo sopra, sono però il setting e i personaggi che lo popolano a rendere più avvincente e sensato tutto il reparto enigmistico. Ogni location è un mondo di citazioni e di immagini originali, che garantiscono significato e profondità al nostro interagire.
E questo è un qualcosa che troppo spesso manca a tanti giochi, antichi o moderni che siano. Penso ad esempio a un titolo (per certi versi simile) come The Dreamhold di Andrew Plotkin: un grande contenitore di enigmi, con un setting molto originale, ma che non riuscendo a sfondare davvero nella fantasia del giocatore fa perdere mordente a tutto il suo comparto enigmistico.

Per finire segnaliamo la grandissima cura riposta dall'autore nel garantire una certa rigiocabilità e nello stimolare il giocatore verso nuove sfide all'interno del gioco..
C'è per prima cosa un sistema classico di punteggio. A questo si aggiunge un secondo sistema separato che assegna un titolo onorifico sulla base di alcune azioni che possono essere fatte durante il gioco e che non hanno ripercussioni sulla trama (anche se permettono al giocatore di scoprire alcuni retroscena): si va da "Iniziato" fino al quasi irraggiungibile grado di "Gran Maestro dell'Esplorazione".
Bellissimo poi il sistema interno che gestisce la "fiducia" di Castalia in noi. In base ad una serie di azioni facoltative, il giocatore riuscirà ad accrescere sempre più la fiducia che la musa ripone in noi. Portando la fiducia al massimo (davvero molto difficile!) Castalia farà una scelta che probabilmente influenzerà in maniera significativa i prossimi capitoli della saga. Una sorta di finale alternativo, con possibili ripercussioni sul proseguimento della storia. Ma già superando una soglia di fiducia, l'autore ha previsto delle gradevoli sorprese.
L'ultima chicca è la presenza di un'area nascosta (ma chi scrive non è riuscito ancora a trovarla...), che secondo indiscrezioni in nostro possesso dovrebbe contenere anticipazioni sugli altri capitoli.

CONCLUSIONI:
Se "il secondo album è sempre più difficile", probabilmente lo è anche la seconda avventura testuale. Diavolo dei Crocicchi non ha fallito la prova, ma anzi ci ha stupito con un gioco ancora più maturo, ampio e completo.
È un gioco fantasy, che però non rinuncia a un contenuto maturo e poetico, che saprà regalarvi emozioni e immagini che vi accompagneranno per un bel po'.
Mi piace pensare a questo gioco come a uno dei pochi esempi di "spaghetti-fantasy".

È gratuito e in Italiano. Divertente e interessante.
Consiglio a tutti di farci un giro, probabilmente vi piacerà.
E, se avete ancora dubbi, potete guardarvi anche questo video-gameplay realizzato da Leonardo Boselli:

Leggi la recensione della prima avventura testuale scritta da Mariano Sassi, "La vita? Non venitemi a parlare della vita"

Leggi l'intervista a Diavolo dei Crocicchi su OldGamesItalia

Visita la pagina facebook di Alice Buoli, illustratrice del gioco

Visita il sito dell'autore

Shade

There is shadow under this red rock,
(Come in under the shadow of this red rock),
And I will show you something different from either
Your shadow at morning striding behind you
Or your shadow at evening rising to meet you;
I will show you fear in a handful of dust.

(The Burial of the Dead -The Waste Land
1922, T.S. Eliot)

Shade è un'avventura testuale in inglese scritta nel 2000, semplice e breve, che si svolge interamente in una stanza.
È stata sviluppata da Andrew Plotkin, celebre autore di IF, nonché il primo a finanziare un'avventura testuale tramite Kickstarter (Hadean Lands).
Il gioco è stato premiato XYZZY Award del 2000 quale "Best Setting". È scaricabile gratuitamente dal sito dell'autore, oppure a pagamento dall'AppStore nel suo recente porting per iOS su piattaforma proprietaria (la stessa sviluppata da Plotkin come parte del suo Kickstarter)

Shade è un "one-room game": un gioco che si svolge interamente in una stanza.
Un genere abbastanza diffuso, sviluppatosi ai tempi dei primi browser game in flash (che per lo più consistevano nel dover fuggire dalla stanza) e recentemente tornato di moda grazie al successo di The Room per iOS (che però consiste prevalentemente nell'interagire con complesse scatole meccaniche).
Shade è la versione testuale di questi one-room game e li proietta su un nuovo livello di complessità e profondità, come è lecito aspettarsi da un'IF.

È un gioco strutturalmente lineare e perfetto anche per principianti. Non c'è da fare una mappa e si sa sempre cosa fare; complessivamente lo finirete in meno di un'ora ed è quindi un titolo avvicinabile da chiunque, incluso chi è alla sua primissima esperienza con le avventure testuali. Non è un caso che Shade finisca immancabilmente nelle liste delle IF per principianti, insieme a titoli come Violet, 9:05, Bronze, The Werbler's Nest e The Lost Pig.

LA STORIA:
È praticamente impossibile parlare di Shade senza spoilerarne il colpo di scena, che molti però intuiranno già pochi minuti dopo l'inizio del gioco.
Mi limiterò quindi a descriverne l'incipit: il protagonista è nel suo monolocale e, seguendo una lista delle cose da fare, sta ultimando i preparativi per un viaggio spirituale nella Death Valley
Una situazione assai comune e banale, che uno sconvolgente "twist" farà però precipitare in una vorticosa spirale di fatti surreali, che termineranno di lì a poco in un affascinante finale astratto.

Interessantissimo da un punto di vista narrativo è il modo in cui il colpo di scena non è lasciato al finale (come avviene ad esempio in 9,30 di Adam Cadre), ma anzi viene fatto intuire quasi subito al giocatore, che fin dalle prime battute potrà immaginare la verità dietro l'apparenza delle cose. Anzi, più precisamente: la verità dietro il "parasole" (shade, appunto).
Quella di Shade non è la storia di una rivelazione improvvisa. È piuttosto la lenta assimilazione di quell'epifania che quasi subito si intuisce giocando. È una vorticosa presa di coscienza che rende ancora più intima, profonda e potente quella verità verso cui tendono gli eventi del gioco.
Un meccanismo narrativo usato da Plotkin con sapienza e grande classe.

Shade è un gioco surrealista e Freudiano.
La razionalità iniziale (rappresentata dal monolocale, descritto nei minimi particolari) viene lentamente decostruita, permettendo così un'autentica liberazione dell'inconscio del protagonista, che arriva per questa via a comprendere la realtà vera delle cose e della sua condizione presente. E, insieme a lui, lo stesso facciamo noi, che con lui condividiamo ogni informazione a disposizione.

L'anticipazione del colpo di scena finale è ciò che più di ogni altra cosa dà un senso all'esperienza di gioco.
Quello che in un gioco come Sepulchre è un lento incedere *privo di senso* verso un atteso colpo di scena finale, qui acquista invece un senso compiuto e diventa il fulcro dell'esperienza di gioco.
È grazie a questa impostazione che la struttura lineare del gioco (un enigma alla volta, solo nell'ordine prestabilito) e la semplicità stessa degli enigmi (consistenti per lo più nel trovare l'azione giusta da compiere) non mina minimamente la soddisfazione e il coinvolgimento del gioco. Quello che stiamo facendo ha un senso, seppur un senso surreale.
Ecco quindi che Plotkin, lasciando intuire ciò che si cela dietro il "parasole", trova un'efficace soluzione al più annoso problema dei "one-room game": l'essere tutti gli enigmi che li compongo fini a se stessi. Qui ogni singolo passo diventa invece parte dell'esperienza conoscitiva e contribuisce (in piccolo o in grande) alla lenta trasformazione dell'ambiente di gioco.

LA TECNICA:
Parlare di tecnica in un'avventura testuale può far sorridere, ma più se ne giocano e più si capisce l'importanza "dell'implementazione" e se ne apprezzano le sfumature. E anche Shade, come gli altri giochi di Plotkin, eccelle da questo punto di vista.
Ometto qui di commentare le piccole ma interessanti novità (come ad esempio lo spostamento automatico fra i tre angoli della stanza) e vado subito al sodo: la costante trasformazione della stanza. Shade è un one-room game, ma questa unica stanza viene manipolata in maniera tanto costante e completa, che il giocatore si ritrova immerso in un luogo vivo, che è metafora della sua esperienza interiore. Prima con dettagli minuscoli, poi con eventi sempre più macroscopici, il buio monolocale con il parasole abbassato diventa una scena viva, che avvolge il giocatore e il protagonista e li porta per mano verso l'epifania finale, concretizzando azione dopo azione quell'intuizione inziale suggerita dagli eventi.
Questo è uno di quei casi in cui la realizzazione tecnica non è lì solo per stupire, ma è strumento della storia.
Non è un quick time event fra due scene animate. Ma è essa stessa scena animata.

Non so perché, ma il modo in cui la stanza viene trasformata, mi ha ricordato certi allestimenti minimalisti di Waiting for Godot o di altre opere da teatro dell'assurdo.
Mentre, più in generale, tutto il gioco evoca immagini che nella mia mente hanno i colori e la forza di certe opere di Dalì, come La Persistenza della Memoria.
Per non parlare della roccia rossa di The Waste Land.
Qualunque cosa saprà richiamare in voi, una cosa è certa: apprezzerete in pieno il valore di questa AT a distanza di tempo, quando vi ritroverete a riflettere sulla breve ma intensa esperienza che contiene.

 

GIUDIZIO:
Shade è un gioco non banale, che racconta magistralmente la storia di una presa di coscienza.
Tanto basta, credo, per renderlo interessante a chiunque.
Il mezzo tecnico dell'avventura testuale è usato magistralmente.
La scelta di farne un gioco breve, facile e lineare non toglie niente all'esperienza ma anzi lo rende ancora più universale.
A distanza di giorni avrete ancora dentro di voi, nella vostra memoria, la forza delle sue immagini e delle sensazioni che vi ha trasmesso.
Da provare assolutamente.

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