Se esiste un linguaggio di programmazione che non gode di alcun rispetto, quello è il BASIC. Con tutti i commenti irriverenti che ha attratto su di sé negli anni ci si potrebbe fare una raccolta degna dei migliori "bathroom reader". Fra tutti questi commenti, il mio preferito è questa autentica perla di Edsger W. Dijkstra: "È praticamente impossibile insegnare a programmare come si deve agli studenti che sono stati precedentemente esposti al BASIC. Tali studenti sono ormai dei programmatori mutilati, al di là ogni speranza di rigenerazione" (credo che il lessico leggermente ampolloso di Dijkstra funzioni meglio se ve lo immaginate pronunciato con un forte accento olandese). Questa affermazione sarà anche un po' esagerata, però è indubbio che il BASIC presti il fianco a queste critiche. Quando ero un ragazzino che scambiava il software del suo fidato Commodore 64, dire che un programma era scritto in BASIC equivaleva a dire che faceva schifo. E ancora oggi le cose non sono poi molto diverse: è mai esistito un altro ambiente di sviluppo che abbia prodotto tanto software orrendo quanto il Visual BASIC? Devo confessare che sapere che un programma è scritto in Visual BASIC è per me motivo più che sufficiente per decidere di non provarlo nemmeno.

Ma, nonostante tutto questo, l'importanza del BASIC nella storia dei computer è immensa. Prima del BASIC esistevono due principali culture nel mondo del computer.
La prima era la cultura dei mainframe. Incentrata intorno all'IBM (e alle altre poche acompagnie che cercavano di fargli concorrenza), questa cultura era caratterizzata da ciò che Steven Levy ha chiamato (con un appellativo memorabile) il modello del "clero del computer", diffuso nell'amministrazione pubblica e nelle grandi aziende: una ristretta elite di individui, altamente istruiti e in camice da laboratorio, erano i servi della Macchina ed eseguivono tutte le procedure alla lettera (secondo il Verbo dell'IBM), bandendo nel modo più categorico creatività e divertimento.
L'altra cultura era quella degli hacker, nata al MIT (e in altre simili università tecniche) e forse in qualche azienda di minori dimensioni: si trattava di un gruppo di giovani eruditi, affascinati dal mondo all'interno della macchina, che vivevono per hackerare, facendosi beffe del conservatorismo e dal "groupthinking" dell'IBM, e che predilivono le macchine più piccole della ben più libera Digital Equipment Corporation (DEC).
Pur molto diverse fra loro, nessuna delle due culture però si preoccupò mai di rendere i computer accessibili all'uomo comune. Nessuna delle due culture aveva tempo o interesse per tutti coloro che non pensavano in termini di bit, byte e registri.

Quando, alla Dartmouth University nel 1964, John Kemeny e Thomas Kurtz idearono e implementarono il Beginner’s All-Purpose Symbolic Instruction Code, essi non intendevono compiacere né gli hacker, né gli scienziati del computer. Piuttosto stavano cercando di far sì che le persone "normali" potessero usare i computer in modo produttivo.
Oggi l'idea di un linguaggio di programmazione per le masse è quasi un ossimoro; oggi le masse riempiono i loro computer con le ultime versioni dei software di Microsoft, Apple, o di chissà chi altro, lasciando tutta la programmazione ai professionisti del settore. Invece nel 1964 (e per molto altro tempo ancora) i software applicativi non esistevano nel modo in cui oggi noi li conosciamo. Usare il computer per tutto quello che non fosse il più ripetitivo dei compiti significava virtualmente doverlo programmare autonomamente per farlo; e certo era necessario farlo per usarlo in modo creativo.
Nel loro tentativo di portare i computer alle masse, gli scopi di Kemeny e Kurtz non erano tanto tecnici quanto sociologici, politici, se non addirittura ideologici. Nel 1964, a Dartmouth, col BASIC, iniziò una terza cultura dei computer (di cui ho già iniziato a parlare -nel contesto di The Oregon Trail- occupandomi dell'HP Time-Shared BASIC e della rivista Creative Computing), che restò associata a quel linguaggio di programmazione per molti anni.

Mentre i sacerdoti nei loro centri di elaborazione dati a temperatura controllata e gli hacker reclusi nei loro bugigattoli al MIT erano ignari dei cambiamenti che stavano stravolgendo la società di fine anni '60 e inizio anni '70, la cultura del BASIC fremeva di controcultura. Erano impegnati a portare queste macchine fuori dalle banche e dalle altre torri d'avorio, mettendole a disposizione della gente della strada. E questo rende il loro lavoro importante quanto quello degli hacker che stavano inventando il C e l'UNIX, mentre al contempo creavano le fondamenta di internet. A volte, e forse molto più di quanto entrambe le parti volessero ammettere, le due culture si sono perfino intersecate, come fecero nel caso del gioco del quale voglio parlarvi nel mio prossimo post storico, Hunt the Wumpus, che ha avuto origine nel Time-Shared BASIC dell'HP, ma che era anche abbastanza innovativo e intrigante da risultare interessante anche per gli occhi degli hacker - nonché abbastanza intrigante da influenzare le prime vere opere di IF.

Per concludere con il BASIC, ritengo che non possiamo esimerci dal riconoscergli ciò che storicamente gli spetta. Se anche voi ritenete che i computer siano strumenti artistici con una propria rilevanza per il mondo e per le persone, allore non potete non riconoscere il ruolo del BASIC nella creazione di queste connessioni. E, in questa luce, la saccente aria di superiorità di gente elitaria come Dijkstra non può che apparirci spiccatamente fuori luogo. 

Quindi, sì, il rispetto per il BASIC è dovuto. Però... non chiedetemi di usarlo.

The Digital Antiquarian è un blog, scritto da Jimmy Maher, che si occupa di storia e di cultura del videogioco partendo generalmente dall'analisi di singoli videogiochi. OldGamesItalia è lieta di presentarvi la traduzione italiana, autorizzata dall'autore!
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